
Certe persone imparano a memoria le nostre buone maniere come si impara il percorso di una casa. Sanno dove il pavimento non scricchiola, quale porta resta socchiusa, quale luce dimentichiamo sempre accesa. Non entrano con violenza. Sarebbe troppo facile accorgersene. Entrano in punta di piedi, contando sul fatto che noi, per educazione, continueremo a chiamare distrazione ciò che invece è una scelta.
La vera scortesia non ha quasi mai il rumore di una porta sbattuta. Somiglia piuttosto a una sedia lasciata appena fuori posto. Ti costringe a camminare storto, ma abbastanza poco da convincerti che sia inutile farne una questione.
Così si continua a sorridere. Per quieto vivere, dicono. Per eleganza, forse. E intanto si scopre che anche il silenzio può essere scambiato per disponibilità, la pazienza per consenso, la gentilezza per un territorio senza confini.
Ci sono persone che non offendono perché non sanno farlo meglio. E ce ne sono altre che hanno imparato a farlo con precisione, scegliendo con cura il punto in cui la ferita non si vede. Allora non resta che una piccola forma di fedeltà verso se stessi: smettere di confondere la cortesia con il dovere di sopportare. Perché la gentilezza è una lingua nobile, ma smette di esserlo nel momento in cui diventa il dizionario di qualcun altro. E da quel momento ogni parola che non dici non è più pace: è soltanto spazio lasciato a chi ha deciso di occuparlo.