
Non sono mai stato capace di costruire il futuro con troppa precisione. Le grandi manovre, i piani disegnati con anni d’anticipo, le strategie che pretendono di conoscere la posizione esatta delle cose prima ancora che accadano, mi hanno sempre procurato una certa diffidenza. Forse perché la vita, appena si accorge d’essere stata prevista, cambia strada per dispetto. Ho preferito spesso lasciare una porta socchiusa al caso, quella corrente d’aria che entra senza bussare e sposta i fogli dal tavolo proprio quando credevamo di averli messi finalmente in ordine. Qualcuno lo chiama destino, qualcuno fortuna. Altri gli attribuiscono nomi più solenni, purché servano a non ammettere che una parte decisiva della nostra esistenza rimane nelle mani di qualcosa che non conosciamo.
Eppure capitano circostanze nelle quali affidarsi al disordine non basta. Bisogna sedersi, prendere le misure, calcolare le distanze. Muovere una cosa appena, tacerne un’altra, aspettare il momento preciso in cui una porta si apre, una resistenza si stanca, un ostacolo smette di sapere perché si trova lì. Non servono gesti spettacolari. Le strategie migliori somigliano ai fenomeni naturali: nessuno vede il vento spostare le nuvole, eppure a sera il cielo è completamente diverso. Allora si comincia con poco. Una parola lasciata cadere nel punto giusto. Un passo indietro che prepara quello in avanti. Una rinuncia soltanto apparente. Si modificano impercettibilmente le condizioni iniziali e si lascia che il tempo faccia il lavoro sporco, fingendo d’essere innocente.
Da fuori sembra che tutto sia accaduto da sé.
È questo il particolare più elegante.
Poi arriva il giorno in cui gli eventi, fino a quel momento dispersi, cominciano a disporsi lungo una linea invisibile. Le persone occupano il posto previsto senza sapere che le stavamo aspettando proprio lì. Le circostanze si incastrano. Le coincidenze diventano numerose al punto da non poter più essere chiamate coincidenze. È come assistere a un raro allineamento di pianeti sapendo, però, di averne corretto segretamente le orbite. Non è onnipotenza. È una forma minore e domestica di astronomia.
Per un istante si avverte la soddisfazione quasi infantile di aver costretto il caos a comporre una figura. Non una vittoria rumorosa, non il trionfo di chi sale sul tavolo e rovescia i bicchieri. Piuttosto il piacere silenzioso di riconoscere, dentro ciò che tutti chiameranno fortuna, la traccia esatta delle proprie mani. Dopo, naturalmente, conviene tornare a credere nel caso. Anche perché il destino sopporta d’essere aiutato, ma non ama essere scoperto.
