una forma minore e domestica di astronomia…

Non sono mai stato capace di costruire il futuro con troppa precisione. Le grandi manovre, i piani disegnati con anni d’anticipo, le strategie che pretendono di conoscere la posizione esatta delle cose prima ancora che accadano, mi hanno sempre procurato una certa diffidenza. Forse perché la vita, appena si accorge d’essere stata prevista, cambia strada per dispetto. Ho preferito spesso lasciare una porta socchiusa al caso, quella corrente d’aria che entra senza bussare e sposta i fogli dal tavolo proprio quando credevamo di averli messi finalmente in ordine. Qualcuno lo chiama destino, qualcuno fortuna. Altri gli attribuiscono nomi più solenni, purché servano a non ammettere che una parte decisiva della nostra esistenza rimane nelle mani di qualcosa che non conosciamo.
Eppure capitano circostanze nelle quali affidarsi al disordine non basta. Bisogna sedersi, prendere le misure, calcolare le distanze. Muovere una cosa appena, tacerne un’altra, aspettare il momento preciso in cui una porta si apre, una resistenza si stanca, un ostacolo smette di sapere perché si trova lì. Non servono gesti spettacolari. Le strategie migliori somigliano ai fenomeni naturali: nessuno vede il vento spostare le nuvole, eppure a sera il cielo è completamente diverso. Allora si comincia con poco. Una parola lasciata cadere nel punto giusto. Un passo indietro che prepara quello in avanti. Una rinuncia soltanto apparente. Si modificano impercettibilmente le condizioni iniziali e si lascia che il tempo faccia il lavoro sporco, fingendo d’essere innocente.
Da fuori sembra che tutto sia accaduto da sé.
È questo il particolare più elegante.
Poi arriva il giorno in cui gli eventi, fino a quel momento dispersi, cominciano a disporsi lungo una linea invisibile. Le persone occupano il posto previsto senza sapere che le stavamo aspettando proprio lì. Le circostanze si incastrano. Le coincidenze diventano numerose al punto da non poter più essere chiamate coincidenze. È come assistere a un raro allineamento di pianeti sapendo, però, di averne corretto segretamente le orbite. Non è onnipotenza. È una forma minore e domestica di astronomia.
Per un istante si avverte la soddisfazione quasi infantile di aver costretto il caos a comporre una figura. Non una vittoria rumorosa, non il trionfo di chi sale sul tavolo e rovescia i bicchieri. Piuttosto il piacere silenzioso di riconoscere, dentro ciò che tutti chiameranno fortuna, la traccia esatta delle proprie mani. Dopo, naturalmente, conviene tornare a credere nel caso. Anche perché il destino sopporta d’essere aiutato, ma non ama essere scoperto.

La buona educazione delle parolacce…

Le parole scandalose hanno una vita più breve degli scandali che provocano. Nascono ai margini della lingua, crescono nei cortili, nelle caserme, nelle officine, nei letti disfatti e nelle cucine durante i litigi; poi, un giorno, qualcuno le pronuncia in televisione con naturalezza e da quel momento cominciano lentamente a morire.
Non scompaiono, naturalmente. Al contrario, si moltiplicano.
Passano dalle bocche dei ragazzi a quelle dei padri, dalle scritte sui muri ai titoli dei giornali, dalle conversazioni clandestine ai discorsi pubblici. Perdono la vergogna, acquistano cittadinanza. Vengono accolte nei salotti, invitate alle presentazioni dei libri, fatte accomodare nei programmi del pomeriggio. All’inizio entrano con l’aria insolente di chi sta violando una casa altrui; poco dopo si siedono composte, incrociano le gambe e domandano se possono avere un caffè. È così che una parola proibita diventa innocente.
La lingua possiede questo talento singolare: addomestica tutto ciò che le affidiamo troppo spesso. Persino la bestemmia, ripetuta abbastanza, finisce per somigliare a un’interiezione; persino l’oscenità, consumata dall’uso, può ridursi a un segno di punteggiatura. Ci sono parole che un tempo avrebbero interrotto una conversazione e che oggi servono soltanto a tenerla in piedi, come quei piccoli cunei infilati sotto le gambe dei tavoli per impedirgli di traballare.
Non è necessariamente un male. Ogni tabù abbattuto restituisce alla lingua una parte della realtà che il pudore aveva sequestrato. Il corpo, il desiderio, la rabbia, il sesso, l’insulto appartengono alla vita quanto la grazia, il rispetto e la tenerezza. Una lingua incapace di nominarli non è più pura: è soltanto mutilata. Eppure ogni liberazione porta con sé una piccola perdita.
Quando una parola smette di offenderci, smette anche di difenderci. Non custodisce più un confine, non segnala un pericolo, non conserva quella breve scarica elettrica che obbligava chi la pronunciava ad assumersene la responsabilità. Diventa facile. E le parole troppo facili, proprio come i gesti troppo ripetuti, finiscono per non dire quasi nulla.
Il cazzeggio, per esempio, è ormai diventato una disciplina dello spirito. Lo pratichiamo con affetto, competenza e dedizione. È il tempo sottratto alle cose serie senza sentirsi davvero in colpa; una vacanza minima della coscienza; il diritto di parlare senza dover arrivare da nessuna parte. Cazzeggiare significa indugiare, divagare, restare sulla soglia di ogni argomento e salutare il pensiero prima che diventi una responsabilità. In fondo è una parola indulgente. Non accusa, assolve. Chi cazzeggia non perde tempo: lo rende momentaneamente inutilizzabile. Lo sottrae al lavoro, al profitto, alla fretta, alla necessità di dimostrare qualcosa. In questo senso possiede perfino una sua nobiltà: è una piccola forma di resistenza contro il mondo che pretende da ogni minuto una prestazione.
Il problema nasce quando la divagazione smette di essere una pausa e diventa il nostro solo modo di stare al mondo. Allora non cazzeggiamo più per riposarci dalla realtà: cazzeggiamo per non incontrarla. Affidiamo alle battute ciò che non sappiamo confessare, all’ironia ciò che temiamo di pensare, alla volgarità ciò che non riusciamo più a nominare con precisione. Una parola nata per togliere solennità alla vita finisce per togliere alla vita anche il suo peso. E senza peso non c’è gravità. Senza gravità, neppure le cadute fanno davvero male.
Forse il destino di ogni parola proibita è questo: dapprima viene cacciata dalla lingua educata, poi vi rientra come una rivoluzionaria e infine vi resta come una domestica. Riordina le frasi, apparecchia le conversazioni, pulisce il silenzio dagli imbarazzi. Nessuno si accorge più della sua presenza.
Rimane soltanto una domanda: quando avremo reso innocenti tutte le parole, con quali parole riusciremo ancora a ferire, desiderare, scandalizzarci, chiedere perdono? Perché una lingua completamente liberata dai tabù potrebbe sembrare finalmente adulta. O semplicemente incapace di arrossire.