
Il jazz viene spesso riconosciuto con sorprendente sicurezza. Bastano un contrabbasso che cammina, una batteria in levare, un pianoforte che allarga gli accordi oltre la loro rassicurante geometria, e subito qualcuno pronuncia la sentenza: «Questo è jazz».
Forse è vero. Ma è una verità che assomiglia a quella di chi, guardando il mare, vede soltanto dell’acqua.
Io credo che il jazz abiti altrove. Abita in quell’istante fragile in cui un musicista smette di ricordare ciò che sa e comincia ad ascoltare ciò che ancora non esiste. C’è un momento, durante un assolo, in cui il futuro resta sospeso per una frazione di secondo. La nota successiva non è stata ancora pensata. È lì, in quel vuoto minuscolo, che il jazz trattiene il respiro.
Non è una musica che si suona. È una musica che accade.
Pat Metheny disse che il jazz è un verbo. È una definizione che mi accompagna più di qualsiasi trattato. Perché un verbo non descrive un oggetto: racconta un movimento. Il jazz non è una forma da imitare, ma un gesto da compiere. Non è un repertorio. È un rischio.
Forse è per questo che il jazz mi commuove anche quando inciampa. Perché non cerca la perfezione, ma la sincerità. Ogni errore, se accolto senza paura, diventa una porta socchiusa; ogni esitazione, una possibilità. Le note non sono pietre da incastrare con precisione, ma uccelli che decidono, all’ultimo istante, quale cielo attraversare.
E allora mi sembra che il jazz non appartenga soltanto alla musica. C’è del jazz in ogni conversazione che rinuncia alle frasi preparate. C’è del jazz nello scrittore che non sa ancora come finirà la pagina che sta iniziando. C’è del jazz in chi sceglie di vivere senza trasformare ogni giorno nella copia del precedente. Per questo non riesco a definirlo un genere musicale. Un genere ha confini. Il jazz, invece, li dimentica. È un modo di stare nel tempo. Di abitare il presente con una fiducia quasi infantile, come se ogni istante custodisse una frase che nessuno, prima di allora, avesse avuto il coraggio di pronunciare.
Il resto è stile.
Il jazz è quella sottile forma di libertà che, invece di cercare una strada, la inventa mentre cammina.