
Non mi sono mai fidato degli strumenti che promettono di essere intuitivi. Non perché l’intuizione sia un difetto, ma perché troppo spesso diventa il nome elegante che diamo alla rinuncia di capire.
Per questo sulla mia scrivania convivono un Mac e ArchLinux. A molti sembrerebbe una contraddizione, quasi una doppia cittadinanza incompatibile. Per me, invece, rappresentano due modi diversi di abitare il pensiero.
Il Mac è una stanza perfettamente illuminata. Ogni cosa è dove ti aspetti che sia. Ti accompagna senza chiederti nulla, trasforma la complessità in un gesto naturale, fa sparire la tecnica dietro l’eleganza dell’esperienza. Non pretende che tu conosca il motore: gli basta che tu sappia guidare.
ArchLinux, invece, ti lascia davanti a una porta socchiusa e una domanda. Non ti conduce. Non ti protegge. Ti costringe a sporcarti le mani, a leggere, a sbagliare, a ricominciare. Ogni comando imparato diventa un pezzo di conoscenza che nessun aggiornamento potrà sottrarti. Ogni errore, una lezione che non si dimentica.
Eppure non riesco a scegliere. Perché non credo che il mondo si divida tra chi preferisce l’una o l’altra filosofia. Credo si divida tra chi considera la tecnologia una magia e chi continua a voler sbirciare dietro il sipario.
Le interfacce moderne fanno di tutto per convincerci che capire sia superfluo. Eliminano gli attriti, cancellano le domande, addomesticano la complessità fino a renderla invisibile. È una conquista straordinaria, purché non ci abitui a pensare che tutto debba restare invisibile.
C’è una forma di libertà che nasce proprio dall’attrito. Dall’aprire un terminale e non sapere ancora quale comando digitare. Dal cercare una soluzione invece di aspettare che qualcuno l’abbia già confezionata. Dal ricordarsi che ogni finestra colorata poggia comunque su una riga di codice scritta da un essere umano. Forse è questo il motivo per cui continuo a tenere entrambi accesi. Uno mi ricorda che la tecnologia, quando è fatta bene, deve scomparire. L’altro che non dovrei mai scomparire io.
Perché il problema non è avere strumenti sempre più intelligenti. È smettere, lentamente, di esserlo noi.

