Il vuoto prende la mira…

Abbiamo bisogno che il male abbia una ragione. Non perché una ragione possa giustificarlo, ma perché almeno riesce a contenerlo. L’odio, la vendetta, il denaro, la gelosia disegnano un perimetro intorno all’orrore: ci consentono di nominarlo, di ricostruirne la genealogia, persino di illuderci che riguardi soltanto chi è entrato in quel cerchio.
Poi, talvolta, il cerchio scompare.
Un uomo apre la finestra del sesto piano, impugna una carabina ad aria compressa e spara contro le persone che passano. Non le conosce. Non ha conti da regolare, torti da vendicare, nemici da punire. Sotto di lui scorre semplicemente la città: turisti, lavoratori, donne che tornano a casa, vite distratte che attraversano una strada pensando ad altro.
Ed è proprio quell’altrove a diventare il bersaglio.
La città, vista dall’alto, perde i nomi. Le persone si fanno sagome, punti mobili, piccoli corpi dentro un mirino. La distanza non serve soltanto a proteggere chi spara: serve soprattutto a cancellare l’umanità di chi viene colpito. Da una finestra non si vedono le paure, gli affetti, le attese. Non si vede la cena preparata a casa, il figlio da prendere a scuola, una telefonata rimandata, la persona che aspetta. Si vede soltanto qualcuno che passa.
Forse è questo l’aspetto più terribile: il male casuale non sceglie chi colpire. Sceglie di poter colpire chiunque.
Diciamo che non esiste un movente. Ma non è esattamente così. Manca un movente legato alla vittima, non al gesto. Chi spara possiede una ragione, per quanto miserabile: provare il brivido del potere, verificare la propria capacità di interrompere il movimento degli altri, trasformare per pochi secondi il mondo in un giocattolo obbediente. La vittima, invece, non conta. È intercambiabile. Una vale l’altra, perché nessuna è davvero una persona.
Il movente non è assente: è diventato infinitamente piccolo. È il divertimento, la noia, l’esperimento. È il nulla che prende la mira.
Quasi trent’anni fa Marta Russo camminava in un viale universitario quando un proiettile la raggiunse. Anche allora si cercò disperatamente un perché. E forse quel perché ci manca ancora, perché nessuna sentenza riesce a riempire davvero il vuoto lasciato da un gesto che non nasce da una storia tra chi uccide e chi muore. Marta non era stata scelta per ciò che era, per ciò che aveva fatto, per qualcuno che conosceva. Era lì.
Essere lì: può bastare a morire.
Oggi Cristina viene ferita mentre attraversa una strada. Altri passanti vengono colpiti alle gambe, sfiorati, spaventati. Qualcuno potrebbe dire che sono soltanto piombini, che non è accaduto l’irreparabile. Ma è una consolazione povera. La gravità di un gesto non dipende soltanto dalla profondità della ferita. Esiste una lesione che non compare nelle radiografie: la scoperta improvvisa che il nostro corpo, mentre cammina innocente nel mondo, può diventare il passatempo di uno sconosciuto.
Non serve invocare forche né abbandonarsi alla rabbia giudiziaria. La pena appartiene alla legge e alle sue procedure. Ma le parole appartengono a noi, e abbiamo il dovere di usarle con esattezza. Non è una bravata. Non è una sciocchezza. Non è una stravaganza finita male. È la cancellazione deliberata dell’altro, ridotto a bersaglio perché abbastanza lontano da non avere più un volto.
C’è qualcosa di profondamente vile in questo dominio esercitato dall’alto. Chi spara resta protetto nella propria casa, circondato dalle sue cose, mentre consegna agli altri la paura. Trasforma la finestra — il luogo da cui normalmente si guarda la vita — in una feritoia. La strada, che appartiene a tutti, diventa il suo poligono privato. Da una parte il rischio, dall’altra il gioco. Da una parte il sangue, dall’altra la curiosità di vedere se il colpo è andato a segno.
Ci inquietano i delitti senza movente perché tolgono al mondo la sua grammatica. Se nessun rapporto lega la vittima al colpevole, se non vi è una storia precedente, allora ciascuno di noi può occupare quel posto. Non bisogna avere incontrato la persona sbagliata, aver pronunciato una parola imprudente, aver acceso un rancore. Basta camminare. Basta attraversare il campo visivo di qualcuno che, per un istante, decide di sentirsi padrone della vita altrui.
La civiltà comincia nel punto esatto in cui riconosciamo che lo sconosciuto non è una comparsa. Che la donna intravista sul marciapiede, l’uomo fermo al semaforo, il turista che consulta una mappa possiedono un’esistenza completa, invisibile e sacra quanto la nostra. Non serve amarli. È sufficiente sapere che non ci appartengono.
Il contrario del male, forse, non è la bontà proclamata. È questo elementare riconoscimento dell’altro.
Sapere che chi passa sotto una finestra non è un bersaglio. È un mondo.

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