
Ci sono giorni in cui guardo i ragazzi e mi accorgo che non li separa da noi soltanto un’età diversa. Li separa una diversa misura del mondo.
Noi siamo cresciuti dentro un tempo che opponeva resistenza. Per arrivare in un posto bisognava attraversare la strada. Per conoscere una persona occorreva frequentarla. Per imparare qualcosa bisognava restare seduti, sbagliare, ricominciare. Le cose si lasciavano conquistare lentamente e, proprio per questo, finivano con l’appartenerti.
Oggi, invece, sembra che il mondo abbia smesso di opporre resistenza. Tutto è raggiungibile, disponibile, immediato. Ma ciò che arriva senza peso spesso se ne va senza lasciare traccia. La fatica non è mai stata una disgrazia. È stata il modo in cui abbiamo imparato ad amare le cose. Chi ha aspettato una lettera sa cosa significa aprirla. Chi ha risparmiato mesi per comprare un libro ricorda ancora il giorno in cui lo ha portato a casa. Chi ha costruito un’amicizia negli anni sa riconoscere il silenzio da un abbandono.
Non è il possesso che dà valore alle cose. È il cammino necessario per raggiungerle.
Forse è questo che mi inquieta di più: non la velocità con cui il mondo cambia, ma l’idea che si possa vivere senza più attraversare il tempo. Come se ogni desiderio dovesse essere soddisfatto prima ancora di diventare nostalgia. Come se l’attesa fosse un difetto da correggere e non una delle forme più nobili dell’esistenza. E insieme al tempo si è alleggerito anche il volto. Ci siamo abituati a mostrarci prima ancora di conoscerci. A raccontare ciò che vorremmo essere, molto prima di diventarlo. È una strana forma di povertà: dedicare più energie all’immagine che alla trasformazione.
Eppure la vita continua a seguire regole antiche. Nessun albero cresce in una notte. Nessun amore diventa profondo in un pomeriggio. Nessuna coscienza matura senza errori. Le cose importanti conservano ostinatamente il loro passo lento.
Forse educare, oggi, significa soprattutto questo: difendere la lentezza senza trasformarla in nostalgia. Ricordare che il tempo non è un ostacolo fra noi e la felicità, ma la materia stessa di cui la felicità è fatta.
Perché tutto ciò che non ci è costato niente, quasi sempre, non sapremo nemmeno custodirlo. E una vita in cui ogni cosa può essere sostituita finisce, lentamente, per convincerci che anche noi lo siamo.