
Ci sono libri che d’estate si leggono. E libri che, nonostante l’estate, succedono. Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti appartiene alla seconda categoria.
L’ho letto in vacanza, che è quella stagione dell’anno in cui pretendiamo dalla vita una specie di tregua sindacale: meno pensieri, più mare, qualche birra fredda, libri possibilmente indulgenti e nessuna tragedia prima dell’aperitivo. Ammaniti, evidentemente, non aveva ricevuto la circolare.
Così mi sono ritrovato a Ischiano Scalo.
Che già il nome sembra quello di un posto dove il treno si ferma soltanto se qualcuno deve scendere. Il mare c’è, ma bisogna quasi crederci. Intorno ci sono strade provinciali, caldo, campi, zanzare, case, un bar e quella particolare immobilità dei piccoli paesi nei quali tutti sanno tutto degli altri e quasi nessuno sa bene cosa fare di se stesso. È uno di quei luoghi dai quali, quando hai dodici anni, pensi soprattutto di andartene.
Ed è forse per questo che il titolo del romanzo è così bello.
Ti prendo e ti porto via.
Sei parole che sembrano una promessa d’amore e invece, dopo qualche centinaio di pagine, cominciano ad assomigliare a una domanda. Via dove? E soprattutto: basta davvero andare via per salvarsi?
Pietro Moroni ha dodici anni, ama leggere ed è abbastanza intelligente da rendersi conto del posto in cui vive, ma non ancora abbastanza grande da potersene difendere. È una condizione terribile dell’infanzia: capire il dolore qualche anno prima di avere gli strumenti per affrontarlo.
Gloria, invece, sembra appartenere a un altro mondo. È bella, sicura, luminosa. Almeno vista da Pietro.
Poi ci sono Graziano Biglia e Flora Palmieri, adulti soltanto per una questione anagrafica. Lui porta in giro una reputazione da seduttore come certi uomini portano una vecchia giacca di pelle: anche quando ormai tira sulle spalle. Lei insegna, vive con la madre, ha imparato a restringere progressivamente la propria esistenza fino a farla entrare nelle dimensioni che gli altri hanno scelto per lei.
Due storie d’amore, dunque.
Ma sarebbe riduttivo dire che questo è un romanzo sull’amore. È piuttosto un romanzo su ciò che chiediamo all’amore di fare al posto nostro.
Salvarci. Risarcirci. Restituirci gli anni perduti. Portarci altrove. Appunto.
Ammaniti costruisce intorno ai protagonisti una piccola umanità feroce, comica, miserabile, tenera e spesso semplicemente stupida. E bisogna riconoscergli una capacità non comune: sa raccontare il grottesco senza mettersi troppo al sicuro dalla parte di chi giudica.
I suoi personaggi sono esagerati, talvolta persino sgradevoli. Ma respirano. Sudano. Sbagliano. Dicono cose che non dovrebbero dire e fanno precisamente ciò che il lettore spera che non facciano. Insomma – a riassumere all’osso – sono vivi. Ed è probabilmente questa la cosa che più mi ha stregato del romanzo. Perché Ti prendo e ti porto via è pieno di vita, ma quasi mai della vita che vorremmo raccontare nelle fotografie delle vacanze. È la vita quando arriva spettinata. Quando il ragazzo buono non viene premiato per essere buono, l’amore non sistema necessariamente le cose, gli adulti non sanno cosa fare e la giustizia, invece di presentarsi puntuale alla fine del capitolo, perde l’autobus.
Ammaniti non distribuisce consolazioni. E questo, durante la lettura, irrita. Poi convince. Perché siamo stati abituati dalle storie a una specie di contabilità morale: chi soffre abbastanza prima o poi deve ricevere qualcosa in cambio. Un amore, una seconda possibilità, almeno una piccola restituzione.
La vita, purtroppo, non ha letto gli stessi romanzi. E a Ischiano Scalo ancora meno.
Il libro procede così, accumulando dettagli, deviazioni, personaggi, episodi che inizialmente sembrano messi lì quasi per capriccio. A volte viene voglia di chiedere ad Ammaniti dove stia andando. Lui naturalmente non risponde. Continua. E noi continuiamo con lui. Finché ci accorgiamo che quelle strade secondarie stavano andando tutte nello stesso posto.
È una costruzione narrativa che mi è piaciuta molto: le vite di Pietro e Graziano sembrano appartenere a romanzi diversi, poi lentamente si avvicinano, come due linee che credevamo parallele e che invece qualcuno, fuori dal foglio, ha già deciso di far incontrare. E quando accade non c’è nessuna soddisfazione. Solo conseguenze.
Ho praticamente bevuto questo libro.
Che non significa averlo letto distrattamente. Anzi.
Ci sono letture veloci perché sono leggere e letture veloci perché qualcosa, dentro, ti trascina. Questa appartiene alle seconde. Le pagine corrono, ma ogni tanto ti costringono a fermarti. Non per ammirare una frase particolarmente elegante, quanto per quella sensazione meno piacevole che si prova quando una storia ha appena toccato qualcosa che conosciamo.
La paura di essere esclusi.
La vergogna.
Il desiderio infantile che qualcuno finalmente si accorga di noi.
La solitudine degli adulti.
E soprattutto quella convinzione, forse la più ingenua e la più umana, che da qualche parte debba esistere qualcuno capace di prenderci per mano e portarci via.
Naturalmente Ammaniti esagera. A volte molto.
Ci sono pagine in cui sembra non fidarsi abbastanza del dolore e sente il bisogno di sottolinearlo due volte. Alcune scene insistono più del necessario, certe descrizioni diventano compiaciute, qualche passaggio avrebbe guadagnato parecchio da una sottrazione.
Ma è un difetto curioso: persino quando avrei voluto che si fermasse, continuavo a leggere.
E forse a un romanzo si possono perdonare molte cose quando riesce a fare questo.
Alla fine ho chiuso il libro con quella strana insoddisfazione che lasciano certe storie riuscite. Non perché volessi un finale diverso. Perché avrei voluto un mondo diverso.
È una differenza importante.
I romanzi più accomodanti ci restituiscono l’universo un po’ più ordinato di come l’avevamo trovato. Rimettono le sedie a posto, chiudono le finestre, spengono la luce.
Ammaniti lascia tutto aperto. E fa entrare le zanzare.
Così Ti prendo e ti porto via è stato uno dei libri di queste vacanze. Letto al sole, probabilmente con il mare davanti, mentre dentro le pagine il mare di Ischiano Scalo continuava a esserci senza quasi farsi vedere.
Mi è piaciuto molto.
Mi ha stregato.
L’ho bevuto.
Solo che, arrivato all’ultima pagina, avevo ancora sete.
Forse perché certi libri non servono a dissetarci. Servono a ricordarci che abbiamo sete.