
Ci sono città che si possono descrivere e città che, appena provi a descriverle, si mettono di traverso.
Napoli appartiene alla seconda categoria.
Ogni volta che qualcuno tenta di chiuderla dentro una definizione, lei trova una porta laterale ed esce. Se dici che è allegra, ti mostra una malinconia antica. Se dici che è povera, ti porta davanti a una ricchezza che non compare nelle dichiarazioni dei redditi. Se dici che è caotica, scopri che quel caos possiede regole precisissime, soltanto che nessuno ha pensato di scriverle. Se dici che è violenta, lei ti risponde con una gentilezza. Se la chiami pittoresca, giustamente si offende.
Forse è questo che mi piace dello sguardo di Luciano De Crescenzo su Napoli: non cerca mai di risolverla. La attraversa.
In Ti porterà fortuna lo fa accompagnando una ragazza, Carla, per le strade della città. E già questo è significativo: per spiegare Napoli non sceglie una teoria ma una passeggiata.
Da via Chiaia a corso Umberto, da San Gregorio Armeno al Vomero, dai vicoli alle aule universitarie, la città viene fuori un pezzo alla volta. Non come una cartolina panoramica, ma come quelle fotografie che bisogna guardare da vicino perché il particolare, a un certo punto, diventa più importante del paesaggio.
Ci sono i portieri che sanno tutto prima degli interessati, le vaiasse, i professori universitari, gli studenti stipati nelle aule del dopoguerra, i borghesi, i cafoni, gli artigiani, quelli che si arrangiano e quelli che hanno trasformato l’arrangiarsi in una disciplina dello spirito. E soprattutto c’è una cosa che oggi sembra quasi rivoluzionaria: la complessità.
Napoli, infatti, soffre da sempre di un curioso problema di rappresentazione. È una delle città più raccontate d’Italia e, proprio per questo, una delle meno conosciute. Perché raccontare molto una cosa non significa necessariamente raccontarla bene. Anzi.
A forza di ripetere alcune immagini, queste finiscono per occupare tutto lo spazio disponibile. La camorra – da scrivere con la ‘c’ minuscola. La spazzatura. Il vicolo. La pistola. Il ragazzo sul motorino. Il boss che parla per sentenze e che, dopo qualche puntata televisiva, diventa persino un modello linguistico.
Non è che questa Napoli non esista.
Il problema è esattamente il contrario: esiste.
Ma non esiste soloquella. La differenza sembra piccola ed è invece enorme.
Una città non si difende negandone il male. Sarebbe propaganda, e la propaganda è sempre una pessima forma d’amore. Si difende rifiutando che il male diventi la sua unica biografia. Perché Napoli è anche la città in cui, nello stesso chilometro quadrato, possono stare una bancarella improbabile e una biblioteca, un basso e un palazzo settecentesco, una bestemmia e una citazione filosofica, uno che vende qualcosa che probabilmente non dovrebbe vendere e uno studente che corre a sostenere Analisi matematica alla Federico II. E nessuna di queste cose annulla l’altra. Stanno insieme. È questo il punto.
Napoli funziona spesso per accostamenti che altrove sembrerebbero contraddizioni. Il sublime e il ridicolo abitano sullo stesso pianerottolo e qualche volta si prestano perfino lo zucchero.
De Crescenzo lo aveva capito molto presto. Forse perché era ingegnere. Gli ingegneri, almeno quelli buoni, sanno che un sistema complesso non si comprende eliminando le variabili che disturbano il modello. Bisogna tenercele dentro. E Napoli è un sistema con troppe variabili.
Probabilmente è per questo che uno dei luoghi più belli attraverso cui raccontarla resta l’università. C’è qualcosa di profondamente napoletano nell’immagine delle aule affollate della Federico II del dopoguerra: ragazzi che arrivano da famiglie diversissime, professori severi, formule alla lavagna, Analisi matematica, ingegneria. Una città che nell’immaginario nazionale viene continuamente associata all’arte dell’arrangiarsi e che, contemporaneamente, possiede una tradizione scientifica e accademica antichissima.
Le due cose non si escludono.
Ancora una volta convivono. Forse il vero talento napoletano non è arrangiarsi.
È tenere insieme ciò che dovrebbe separarsi.
La miseria e l’eleganza. La cultura alta e quella popolare. La superstizione e la ragione. San Gennaro e il professore di matematica. Il presepe e il laboratorio. La tombola e l’università. La strada e il libro. Non è sempre una virtù. A volte questa capacità di adattamento diventa rassegnazione, indulgenza, perfino complicità. L’arte di arrangiarsi può essere intelligenza pratica, ma può diventare anche la scusa con cui si accetta ciò che dovrebbe essere cambiato.
Amare una città significa riconoscere anche questo.
Ma proprio qui sta la differenza tra uno stereotipo e un racconto. Lo stereotipo sceglie. Il racconto tiene insieme.
Ed è forse questa la piccola lezione che resta dopo aver seguito De Crescenzo per Napoli: le città, come le persone, diventano false quando vengono ridotte a una sola caratteristica. Napoli non è innocente. Non è dannata. Non è una capitale del crimine e non è nemmeno quel paradiso permanente che qualche napoletano, per reazione, vorrebbe raccontare. È una città. Che sembra un’affermazione modesta, ma forse è la più difficile da accettare. Una città fatta di milioni di vite che non hanno nessuna intenzione di rappresentare qualcosa. Persone che la mattina prendono un autobus, aprono un negozio, preparano il caffè, entrano in un’aula, spiegano un teorema, litigano dal balcone, studiano, lavorano, imbrogliano, aiutano qualcuno, si innamorano. Il resto lo facciamo noi.
Costruiamo categorie perché le categorie sono comode. Ci permettono di non guardare troppo a lungo.
Ma Napoli richiede esattamente il contrario.
Richiede tempo. Bisogna camminarci. Bisogna sbagliare strada. Bisogna entrare in un cortile senza sapere perché, ascoltare una conversazione che non ci riguarda, alzare gli occhi verso un balcone, attraversare un’aula universitaria, fermarsi davanti a una bottega. Bisogna soprattutto rinunciare alla pretesa di aver capito. Perché appena credi di aver trovato la formula definitiva, compare un termine che avevi dimenticato. E l’equazione non torna più. Per fortuna.