
A un certo punto abbiamo smesso perfino di scrivere le sciocchezze. Ci siamo accorti che era faticoso.
Bisognava scegliere le parole, metterle in fila, ricordarsi dove andava una virgola, sostenere per almeno tre righe la responsabilità di un pensiero. Troppa roba. Molto più comodo accendere la fotocamera frontale. E così la stupidità ha fatto un salto tecnologico.
Umberto Eco, parecchi anni fa, aveva detto una cosa diventata famosa: i social avevano dato «diritto di parola a legioni di imbecilli». Era sembrata un’esagerazione da intellettuale infastidito dal rumore della piazza. Invece, col senno di poi, Eco era stato perfino ottimista. Immaginava ancora gli imbecilli intenti a dire qualcosa. Oggi una parte consistente non sente più neppure questa necessità. Si filma.
Si filma mentre mangia, mentre guida, mentre balla, mentre apre un pacco, mentre entra in palestra, mentre esce dalla palestra, mentre prepara il caffè, mentre beve il caffè, mentre guarda il mare e, soprattutto, mentre guarda se stessa guardare il mare. Il mare, poveretto, è diventato scenografia.
Non vorrei però che sembrasse la solita lamentela contro i social, quella specie di versione contemporanea del vecchio che affacciato al balcone dice che ai suoi tempi i ragazzi giocavano per strada. Sarebbe troppo facile. E soprattutto sarebbe falso: sui social circolano intelligenza, arte, informazione, ironia, perfino bellezza. Ogni tanto. Il problema interessante è un altro.
Per secoli la stupidità ha avuto un formidabile limite naturale: la distanza.
Lo stupido del paese poteva raccontare le sue teorie al bar. Quello particolarmente intraprendente arrivava fino al bar del paese accanto. Poi finiva lì. La geografia svolgeva una silenziosa ma efficacissima funzione di moderazione dei contenuti. Internet ha abolito la geografia. I social hanno fatto di più: hanno abolito anche l’irrilevanza.
Questa è stata la vera rivoluzione.
Perché non hanno semplicemente consentito a tutti di parlare. Hanno insinuato in ciascuno di noi un’idea molto più potente e pericolosa: che tutto ciò che facciamo meriti di essere mostrato. È una differenza enorme.
La democrazia dice che ogni persona ha la stessa dignità. I social, attraverso una curiosa deformazione ottica, ci hanno convinti che ogni opinione abbia lo stesso valore.
Poi siamo passati allo stadio successivo: che ogni gesto abbia interesse. E infine siamo arrivati alla forma perfetta della contemporaneità: non è più necessario avere un’opinione e nemmeno compiere un gesto interessante. È sufficiente esserci. Purché qualcuno guardi.
Qui la stupidità smette di essere un difetto individuale e diventa una questione politica.
Perché uno stupido è innocuo finché rimane uno stupido. Diventa interessante quando incontra altri stupidi. Diventa importante quando scoprono di essere molti. Diventa potentissimo quando un algoritmo capisce che tenerli insieme produce denaro. Ed è questo il punto che tendiamo a dimenticare.
La stupidità contemporanea non è semplicemente tollerata. È remunerativa. Produce visualizzazioni, commenti, indignazione, condivisioni, permanenza sulla piattaforma. Un ragionamento complesso chiede tempo. Una sciocchezza perfettamente confezionata chiede tre secondi. Indovinate quale delle due possiede maggiori possibilità evolutive in un ecosistema costruito sull’attenzione.
È una specie di darwinismo al contrario: non sopravvive necessariamente l’idea migliore, sopravvive quella che interrompe più efficacemente lo scorrimento del pollice.
E così accade una cosa curiosa.
L’intelligente dubita.
Lo stupido quasi mai.
Il primo scrive «forse». Il secondo scrive «SVEGLIA!!!».
Il primo controlla una fonte. Il secondo ha un cugino che lavora nel settore.
Il primo, quando scopre di avere torto, qualche volta cambia opinione. Il secondo cambia argomento.
Per questo sui social la stupidità possiede un vantaggio competitivo straordinario: è semplice, assertiva e instancabile.
Ma negli ultimi anni abbiamo raggiunto un livello ancora più sofisticato. Lo stupido tradizionale voleva convincerti. Quello contemporaneo vuole intrattenerti.
Non sostiene più necessariamente che la Terra sia piatta. Magari si mette davanti alla fotocamera e fa una faccia.
Quindici secondi.
Musichetta.
Scritta enorme.
Fine.
Un tempo, per diventare famosi, bisognava possedere almeno una qualità: saper cantare, recitare, scrivere, correre velocemente, raccontare barzellette, tirare calci a un pallone. Oggi esiste una forma nuova e affascinante di celebrità: essere conosciuti per essere conosciuti. È il moto perpetuo finalmente realizzato. La fama produce fama senza bisogno di combustibile.
E tuttavia sarebbe troppo comodo concludere prendendocela con gli altri. Gli imbecilli, del resto, sono sempre gli altri. È uno dei pochi gruppi sociali ai quali nessuno ritiene di appartenere.
Qui arriva la parte spiacevole.
Perché dentro quel meccanismo ci siamo tutti.
Ogni volta che fotografiamo un piatto invece di mangiarlo, ogni volta che interrompiamo un momento per documentarlo, ogni volta che scegliamo un posto pensando anche a come verrà in fotografia, partecipiamo — in misura infinitamente piccola, certo — alla stessa trasformazione.
Non siamo necessariamente diventati più stupidi. Siamo diventati più esposti.
E l’esposizione continua produce un effetto curioso: lentamente cominciamo a vivere come se ci fosse sempre qualcuno che ci guarda. Forse è questa la vera mutazione antropologica.
Una volta avevamo una vita e, ogni tanto, ne raccontavamo un pezzo. Adesso rischiamo di costruire pezzi di vita perché possano essere raccontati. La differenza sembra sottile. Non lo è.
Perché quando l’esistenza diventa rappresentazione, anche il silenzio comincia a sembrare un fallimento. Se non hai pubblicato niente oggi, quasi quasi viene il dubbio che oggi non sia successo niente. E invece probabilmente è successo moltissimo.
Hai parlato con qualcuno.
Hai letto cinque pagine.
Hai guardato fuori dal finestrino.
Hai pensato una cosa che non sapresti spiegare.
Ti sei annoiato.
Non hai fatto niente.
Tutte attività ormai gravemente penalizzate dall’algoritmo.
Forse allora la stupidità non si combatte insultando gli stupidi. Anche perché sarebbe un programma politico complicato: bisognerebbe prima stabilire chi consegna le tessere.
Si combatte, semmai, difendendo gli ambienti nei quali l’intelligenza può ancora permettersi il suo lusso fondamentale: il tempo.
Tempo per leggere.
Tempo per capire.
Tempo per cambiare idea.
Tempo perfino per non averne una.
E soprattutto tempo nel quale non essere osservati.
Eco temeva un mondo nel quale tutti potessero parlare. Noi dovremmo cominciare a preoccuparci di un mondo nel quale tutti sentono il bisogno di mostrarsi.
Perché almeno per dire una sciocchezza bisognava ancora formulare una frase.
Adesso basta mettere il telefono in verticale.
Chapeau! Bellissimo e condivisibile ragionamento! Complimenti