La piazza sottratta…

Si può togliere la parola a qualcuno anche facendo rumore al suo posto.
È quello che accade quando una piazza, riempita da persone che hanno ragioni da portare e risposte da chiedere, viene consegnata alle immagini di una devastazione. C’erano stipendi insufficienti, lavori diventati fragili, genitori costretti a scegliere quale necessità rimandare. C’erano persone uscite di casa perché restarci, ciascuna dentro la propria preoccupazione, non bastava più. Poi arriva il momento degli scontri e tutto quel prima scompare. Resta una vetrina rotta, ripetuta fino a occupare l’intero campo visivo del Paese.
Quello che mi colpisce, nelle violenze di Milano e nelle polemiche che le accompagnano, è anche questa sottrazione. Chi era sceso in strada per farsi ascoltare finisce di nuovo senza voce. Gli viene chiesto di spiegare il gesto di un altro, di prenderne le distanze, di dimostrare la propria estraneità. Aveva una domanda da rivolgere alle istituzioni; si ritrova a dover rispondere a un’accusa.
La violenza produce feriti, danni, paura. E produce questa ulteriore ingiustizia: sequestra il significato di una protesta. Chi devasta decide che cosa rimarrà di quella giornata, impone il proprio gesto a migliaia di persone che non lo hanno scelto. Si attribuisce una rappresentanza attraverso la forza. In questo c’è qualcosa di profondamente autoritario, anche quando si accompagna al vocabolario della ribellione.
Sarebbe però comodo fermarsi qui. Condannare i facinorosi, contare i danni, aspettare che le strade tornino pulite. Perché intorno alla piazza si muove anche chi sa ricavare un vantaggio dalla sua deformazione. C’è chi aspetta un incidente per rendere sospetta ogni protesta. Chi tratta una folla come una riserva di consenso e ne ascolta soltanto le parole utili alla propria parte. Chi trova negli scontri l’occasione per colpire il sindaco, il ministro, il governo, l’opposizione. Le responsabilità sono diverse e vanno accertate ciascuna per quello che è; ma il risultato, per chi aveva qualcosa da dire, può essere desolatamente simile. Tutti parlano della piazza. Le sue ragioni restano in attesa. Eppure la politica dovrebbe possedere proprio questa capacità: distinguere mentre tutto spinge a confondere. Riconoscere un’aggressione senza trasformarla nella colpa di una moltitudine. Ascoltare il disagio senza concedere indulgenze a chi lo usa come permesso di ferire. Proteggere chi manifesta e chi lavora per garantirne la sicurezza, sottraendo entrambi alla rappresentazione di due eserciti nemici.
Dentro una divisa può esserci la stessa fatica di arrivare a fine mese che ha portato qualcuno dall’altra parte della strada. Questo non cancella le differenze di ruolo, né attenua i doveri di chi esercita la forza pubblica. Ricorda, semmai, quanto sia irresponsabile soffiare su una contrapposizione dalla quale le persone coinvolte hanno soprattutto da perdere.
Chiedere responsabilità comune a governo e opposizione significa pretendere che il diritto al dissenso e l’incolumità delle persone siano difesi anche quando non conviene. Sulle risposte economiche e sociali ci si divida pure, con nettezza: è lì che il confronto politico deve misurare la propria serietà. Ma occorrono risposte. La condanna della violenza, necessaria, non può diventare l’ultima frase pronunciata prima di cambiare argomento.
Anche la scarsità delle risorse esige qualcosa di più di un invito alla pazienza. Impone di dichiarare le priorità, spiegare le rinunce, assumersi la responsabilità di chi verrà aiutato e di chi dovrà aspettare. Chi protesta ha il diritto di discutere quelle scelte. La sua difficoltà non diventa meno reale perché qualcuno, qualche strada più in là, ha incendiato un cassonetto.
Penso a chi torna a casa dopo una manifestazione pacifica e, accendendo il televisore, non riconosce nulla della giornata che ha vissuto. Nessuna delle parole ascoltate, nessuna delle ragioni per cui era partito. Soltanto il fumo. E qualcuno che, da uno studio, ha già deciso chi fosse e che cosa volesse.
La delusione comincia anche così: quando si scopre che persino la propria presenza può essere usata per cancellarci. Una politica all’altezza dovrebbe saper ritrovare quelle persone quando le telecamere se ne sono andate. Le strade saranno state ripulite. A casa, sul tavolo, saranno rimasti gli stessi conti.

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