
C’è un momento in cui una comunità smette di essere una comunità e diventa una tifoseria. Non accade all’improvviso. Succede poco alla volta, quando l’identità prende il posto delle idee e l’appartenenza sostituisce il giudizio. Da quel momento non si ascolta più: si riconosce. Non si valuta ciò che viene detto, ma chi lo dice. Ogni argomento viene pesato sulla bilancia dell’appartenenza. Se proviene dai “nostri”, è una verità. Se arriva dagli “altri”, è un inganno. Il pensiero si riduce a un riflesso condizionato. È una tentazione antica, ma oggi è diventata il linguaggio dominante. Non soltanto della politica, anche del dibattito pubblico. Persino della cultura. La conseguenza più grave non è la polarizzazione. È la scomparsa del dubbio.
Il dubbio è una virtù scomoda. Costringe a rallentare, a verificare, a concedere che l’altro possa avere ragione almeno in parte. Per questo le tribù lo detestano. Hanno bisogno di certezze semplici, di nemici riconoscibili, di slogan che evitino la fatica del pensiero. Eppure la civiltà è sempre avanzata grazie a chi ha avuto il coraggio di incrinare le proprie convinzioni. Socrate costruiva domande, non schiere. Montaigne diffidava innanzitutto di sé stesso. Popper ricordava che una teoria vale finché qualcuno non riesce a confutarla. La conoscenza non cresce per fedeltà, ma per revisione. Anche la politica dovrebbe custodire questa disciplina dell’intelligenza. Invece sembra preferire l’indignazione permanente. Ogni giorno un processo, ogni giorno una sentenza, ogni giorno una folla pronta a decidere prima ancora di comprendere. Il consenso si conquista alimentando emozioni istantanee, non argomentazioni pazienti. Forse è proprio qui che si misura la differenza tra propaganda e cultura.
La propaganda ci chiede di scegliere una parte. La cultura ci chiede di scegliere la verità, anche quando attraversa il campo avversario.
Non esistono idee di destra o di sinistra che diventino vere soltanto perché appartengono a una bandiera. Esistono idee buone e idee cattive, ragionamenti solidi e ragionamenti fragili. Il resto è tifo. E il tifo è una splendida cosa allo stadio. Quando entra nella politica, nella scuola, nell’università, nei giornali, perfino nelle amicizie, smette di essere passione e diventa una forma elegante di rinuncia: la rinuncia a pensare con la propria testa. Per questo il vero gesto controcorrente, oggi, non è cambiare tribù. È uscirne.