
Caro me,
ti scrivo da una stanza che tu hai già dimenticato, ma che ancora ti abita.
Non so se ricordi bene la sua luce: non era buio, no. Sarebbe più facile dire buio, perché il buio assolve, spiega, fa scena. Era piuttosto quella penombra ostinata delle cose non decise, delle mattine che cominciano senza promessa, dei pomeriggi messi in fila come sedie vuote in una sala d’attesa.
Io ero lì.
Seduto dentro un anno che non sapeva ancora pronunciare il tuo nome di oggi.
Avevo in tasca dubbi piccoli e feroci, di quelli che non fanno rumore ma scavano. Mi domandavo se certe strade fossero davvero strade o soltanto abitudini allungate davanti ai piedi. Mi domandavo se il tempo, a forza di passare, sarebbe diventato qualcosa o se avrebbe continuato a passare e basta, come fanno certi treni che attraversano le stazioni minori senza rallentare, lasciando solo un colpo d’aria e un po’ di polvere sulle panchine.
Tu non lo sapevi, allora.
Io non lo sapevo.
Non sapevo che un giorno ti saresti trovato davanti a una classe con un registro aperto, un argomento da spiegare, una lavagna da riempire, e dentro quella scena apparentemente normale avresti sentito qualcosa di quasi irreale: la vita che, senza chiedere permesso, aveva cambiato disposizione ai mobili. Le stesse mani, forse. Gli stessi libri. Le stesse ansie, almeno in parte. Ma un’altra posizione nel mondo.
E tu lì, a insegnare.
Che verbo strano, insegnare. Sembra un gesto verso gli altri e invece comincia sempre da una ferita propria. Si insegna ciò che si è attraversato, anche quando si parla di formule, di strutture, di profili, di carichi, di equilibri. Si insegna perché qualcosa, un giorno, ci ha tenuti in piedi; perché qualcuno, o nessuno, ci ha mostrato una direzione; perché a un certo punto abbiamo capito che sapere non significa possedere risposte, ma avere abbastanza rispetto per le domande da non lasciarle morire male.
Tu oggi studi ancora.
Questa è la cosa che mi commuove di più da qui, dal mio anno precedente: saperti ancora chino sui libri, ancora inquieto, ancora non arrivato. Non hai smesso. Non ti sei seduto sulla prima certezza disponibile. Non hai scambiato il ruolo per una conclusione. Hai continuato a fare quello che facevi anche quando nessuno ti guardava: cercare un ordine, una forma, una frase che tenesse insieme il peso e il volo.
E forse è proprio questo che non riesci ancora a credere: che in un anno possa cambiare così tanto senza che cambi del tutto il cuore delle cose.
Perché tu sei diverso, sì.
Ma non sei un altro.
Dentro il professore che entra in aula c’è ancora l’uomo che temeva di non farcela. Dentro chi spiega c’è ancora chi non capiva dove andare. Dentro chi corregge, prepara, studia, accompagna, c’è ancora qualcuno che ha avuto paura di restare indietro nella propria vita. Non vergognartene. Le tue esitazioni non sono state un difetto di fabbrica. Sono state il modo imperfetto con cui il futuro ti stava prendendo le misure.
Non tutto è compiuto, naturalmente.
Anzi, forse il punto è proprio questo: non credere alla tentazione delle fotografie definitive. La vita non posa mai davvero. Si muove mentre cerchiamo di metterla a fuoco. Oggi ti sembra impossibile essere arrivato fin qui; domani ti sembrerà insufficiente non essere andato oltre. È una forma di ingratitudine, forse, ma anche una forma di fedeltà. Perché chi cambia davvero non si limita a ringraziare il mutamento: lo interroga.
Quante cose dovranno ancora cambiare, mi chiedi senza chiedermelo.
Non lo so.
Da qui, dal mio tempo arretrato, posso solo dirti questo: non avere troppa fretta di diventare la versione pacificata di te stesso. Non è detto che esista. Forse esistono soltanto passaggi, soglie, stanze provvisorie, banchi, treni, quaderni, alunni, pagine sottolineate, sere in cui torni stanco e non sai se hai dato abbastanza, e poi una mattina qualunque in cui capisci che, senza accorgertene, hai abitato un pezzo di destino.
Non pretendere di crederci subito.
Ci sono felicità che arrivano con un ritardo interno, come certe notizie troppo grandi che il corpo riceve prima della mente. Tu sei ancora lì: con un piede nel prima e uno nel dopo. Guardi quello che fai e ti sembra quasi che lo stia facendo un altro. Ti ascolti parlare e riconosci la tua voce, ma più ferma. Ti sorprendi a spiegare cose che un tempo ti sembravano soltanto materia di studio e adesso sono diventate responsabilità, presenza, mestiere, quasi cura.
E allora lascia che lo stupore resti.
Non normalizzare troppo presto il miracolo discreto di questo anno. Non renderlo amministrazione, scadenza, pratica, procedura. Conservane almeno una scheggia luminosa. Quella che ti fa pensare, mentre sei alla cattedra o sui libri, mentre prepari una lezione o attraversi un corridoio, che davvero la vita — a volte — lavora in silenzio più di quanto noi sappiamo lavorare su noi stessi.
Io, da qui, non posso vedere tutto.
Vedo solo te che ancora non sei.
E già ti somigli.
Per questo ti scrivo: per dirti che non era inutile tremare. Che non era inutile dubitare. Che non era inutile sentirsi sospesi, incompiuti, provvisori. A volte il futuro non arriva come una risposta, ma come una stanza in cui entriamo continuando ad avere paura. Solo dopo, molto dopo, ci accorgiamo che quella paura era già cammino.
Adesso vai.
Continua a studiare. Continua a insegnare. Continua a non crederci del tutto. C’è una grazia, in questa incredulità: impedisce alla vita nuova di diventare subito abitudine.
E quando ti sembrerà che tutto sia ancora incerto, ricordati di me.
Io ero quello che non sapeva.
Tu sei quello che sta scoprendo che non sapere, qualche volta, è stato soltanto il modo più umano di arrivare fin qui.