Il futuro non deve somigliarci…

Ogni generazione commette lo stesso peccato di superbia: chiama educazione il desiderio di essere ripetuta. Immagina i figli come una frase cominciata da noi, della quale pretende di conoscere già il punto finale. Li vorrebbe simili nei pensieri, prudenti nelle scelte, riconoscibili negli amori. Possibilmente grati. Certamente obbedienti. Poi i figli cambiano sintassi. Per fortuna.
Nel discorso pubblico riaffiorano due antiche ossessioni travestite da buonsenso: contare quanti bambini “nostri” siedano in una classe e stabilire quale donna sia abbastanza rispettabile da entrare in una famiglia. Come se la scuola fosse un ufficio dell’anagrafe e l’amore un concorso per titoli. La gonna, il cognome, il conto in banca, il colore della pelle, la provenienza: il vecchio catalogo dei pregiudizi, aggiornato nella grafica ma identico nel contenuto.
A ben guardare, il filo che tiene insieme tutto è la paura della mescolanza. Il timore che i figli escano dal recinto, che scelgano qualcuno che non avevamo previsto, che imparino parole diverse dalle nostre, che tornino a casa con idee che non riconosciamo. Eppure un figlio non è un’eredità da amministrare. È una libertà alla quale abbiamo dato un nome.
Non so quale persona si debba augurare a un figlio. Il problema, formulato così, contiene già l’errore: presume che la sua felicità debba ottenere il nostro visto d’ingresso. A un figlio si può augurare soltanto di incontrare qualcuno capace di guardarlo senza possederlo, di amarlo senza diminuirlo, di restargli accanto senza impedirgli di andare. Che poi arrivi in minigonna o in tuta, da una famiglia illustre o da una periferia dimenticata, che parli con un accento diverso o preghi un dio che non conosciamo, riguarda la vita. La sua. Il resto è arredamento delle nostre paure.
La politica, quasi sempre, non inventa un Paese: lo fotografa. E il nostro continua ad avere, dietro molte finestre illuminate, stanze ancora buie. La cultura più conservatrice non abita soltanto nei partiti. Siede a tavola, passa inosservata nelle battute, si nasconde nella divisione dei compiti, nel tono con cui a una figlia si insegna il contegno e a un figlio si perdona di non averne. Alle donne la cura come destino, agli uomini la cura come concessione. Alle une la misura, agli altri il mondo. Sono regole mai scritte e proprio per questo difficili da strappare. Si apprendono senza che nessuno le insegni apertamente. Per osmosi familiare. Per ripetizione. Per abitudine. È così che un pregiudizio diventa tradizione e una tradizione, a forza di durare, pretende perfino di sembrare natura. Per questo esiste la scuola. Non soltanto per insegnare a leggere, calcolare, tradurre o dimostrare. La casa consegna a ciascuno il lessico della propria storia; la scuola deve aggiungere le parole che in quella casa mancano. Deve offrire l’incontro con ciò che non ci somiglia, con il compagno che viene da altrove, con un adulto che non è un parente, con un’idea che nessuno aveva ancora invitato a cena.
A scuola si dovrebbe scoprire che il mondo non coincide con la tavola di casa.
È una scoperta necessaria e, per qualcuno, perfino intollerabile. Perché una scuola autentica non conferma soltanto: contraddice. Non custodisce i figli degli altri perché restino come sono; mostra loro che possono diventare altro.
Una classe non si misura dal numero dei cognomi italiani che contiene. Si misura dal numero di bambini che nessuno riesce a umiliare. In una scuola degna, nessuno è minoranza nella dignità, neppure quando è l’unico. Le regole comuni non servono a cancellare le differenze, ma a impedire che una differenza diventi una gerarchia. Questa è l’uguaglianza: non renderci identici, ma impedire che qualcuno possa sentirsi superiore per nascita.
Educare significa anche insegnare ai ragazzi che la forza non consiste nel sottrarsi alla fragilità degli altri. Accudire un bambino, assistere un genitore anziano, ascoltare chi ha paura, condividere il lavoro invisibile di una casa richiede carattere almeno quanto comandare, costruire, competere. E significa insegnare alle ragazze che non devono abbassare la voce per essere amate, chiedere permesso per essere ambiziose, rimpicciolirsi per non inquietare chi hanno accanto. Non si libera una metà del mondo lasciando l’altra educata al privilegio.
Io, che a scuola entro ogni giorno, so quanto sia fragile questa ambizione. Ci sono insegnanti che tengono aperta una finestra con le mani, mentre intorno aumentano la burocrazia, la solitudine, le richieste e diminuiscono il tempo, le risorse, la fiducia. Portano avanti programmi, compilano moduli, correggono esercizi. E, nello spazio che rimane, tentano l’impresa più difficile: convincere un ragazzo che la sua origine non è il suo destino.
La scuola che conta non è soltanto quella che termina un programma. È quella che comincia una possibilità.
Non può riparare da sola tutto ciò che gli adulti guastano ogni giorno. Non basta una lezione sull’uguaglianza se fuori dall’aula il disprezzo riceve applausi, il maschilismo diventa ironia, lo straniero viene trasformato in minaccia. Ma proprio per questo alla scuola non possiamo rinunciare. È il luogo nel quale una società decide se limitarsi a riprodursi oppure provare, almeno una volta, a migliorarsi.
Investire nei bambini è una politica priva di inaugurazioni immediate. Non produce consenso entro sera, non taglia nastri, non offre fotografie soddisfacenti. Richiede tempo, pazienza e la generosità di lavorare per un mondo che forse non vedremo.
Ma educare è esattamente questo: preparare una casa nella quale abiteranno altri.
Il nostro compito non è scegliere per i figli la lunghezza di una gonna, il prestigio di un cognome, la provenienza di un compagno, la forma di un amore. Non è prepararli a somigliarci. È consegnare loro abbastanza libertà, cultura e coscienza perché possano superarci. Una scuola giusta li sottrae alle nostre paure. Una scuola aperta non domanda da dove vengano prima di mostrare loro dove possono arrivare. Una scuola libera insegna a disobbedire persino a noi, quando saremo noi ad avere torto.
È questa la scuola che serve.
Perché il futuro, se avrà una possibilità, sarà proprio quella di non somigliarci.

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