
Ci sono parole che invecchiano peggio delle persone. Restano formalmente vive, le pronunciamo ancora, compaiono nelle Costituzioni, nei discorsi solenni, nelle prediche civili. Ma dentro, lentamente, si svuotano. Una di queste è fraternità.
Libertà ed eguaglianza hanno avuto destini più fortunati. Sono diventate bandiere, programmi politici, perfino slogan pubblicitari. La fraternità invece è rimasta lì, terza sorella un po’ dimenticata della Rivoluzione francese, quella che arriva per ultima nelle fotografie di famiglia e finisce sempre ai margini dell’inquadratura. Forse perché è la più difficile. Essere liberi, almeno in teoria, riguarda noi. Essere uguali riguarda il rapporto tra noi e la legge. Essere fratelli, invece, riguarda inevitabilmente l’altro. E soprattutto quell’altro che non ci somiglia, non vota come noi, non tifa per noi, non appartiene alla nostra parte. È facile sentirsi fratelli di chi porta la stessa sciarpa. Molto meno di chi indossa quella opposta.
Eppure c’è stata un’Italia — non necessariamente migliore, non bisogna mai usare il passato come un reparto di antiquariato morale — nella quale due uomini potevano rappresentare mondi opposti e continuare a riconoscersi. Potevano contendersi una partita, un posto, perfino una piccola porzione di immortalità, senza trasformare la rivalità in odio.
Rivera e Mazzola sono stati anche questo.
Due modi differenti di stare dentro il calcio, probabilmente due modi differenti di stare dentro la vita. Milano da una parte e Milano dall’altra, il rosso e il nero contro il nero e l’azzurro, due squadre che negli stessi anni portavano una città e un Paese ancora provinciale a frequentare l’Europa. Avversari. Non nemici.
Una distinzione che sembra elementare e che invece abbiamo quasi perduto. Perché il nostro tempo ha trasformato ogni differenza in uno schieramento e ogni schieramento in una trincea. Bisogna dichiararsi prima ancora di parlare. Dire da che parte si sta prima ancora di dire cosa si pensa. Mettere la maglia, scegliere il campo, riconoscere il nemico. Poi, eventualmente, ragionare.
La politica funziona così, naturalmente. Ma ormai anche il resto: il calcio, i giornali, i social network, perfino le discussioni tra sconosciuti sotto la fotografia di un tramonto. Ogni cosa viene trascinata dentro una specie di guerra civile permanente, combattuta con mezzi ridicoli e sentimenti sproporzionati. E così abbiamo imparato a confondere la fermezza con l’aggressività, il dissenso con il disprezzo, la competizione con l’annientamento. È una perdita enorme. Perché un avversario, se ci pensiamo, è una delle persone più preziose che possiamo incontrare. È colui che ci obbliga a misurarci. Che ci costringe a diventare migliori, qualche volta perfino a capire chi siamo. Senza l’altro campo non esiste nemmeno il nostro.
Il nemico invece deve soltanto scomparire.
Forse è questa la differenza.
L’avversario ha un volto. Il nemico ha soltanto un’etichetta. E quando cominciamo a togliere il volto alle persone, tutto diventa più semplice. Possiamo insultarle, disprezzarle, augurare loro il peggio. Non sono più uomini e donne: diventano categorie. Comunisti, fascisti, buonisti, sovranisti, interisti, juventini, vaccinisti, antivaccinisti, quelli di qua, quelli di là. Una grande operazione di semplificazione dell’umanità. Solo che l’umanità, purtroppo per noi, semplice non è.
Forse fraternità significa proprio accettare questa complicazione. Sapere che l’altro può avere torto senza essere necessariamente spregevole. Che si può combattere una battaglia senza desiderare la rovina di chi sta dall’altra parte. Che perfino la sconfitta dell’avversario dovrebbe lasciarci intatta la capacità di riconoscerne la dignità. Non è buonismo. È civiltà.
La fraternità non chiede di smettere di competere. Chiede soltanto di ricordare che, finita la partita, apparteniamo ancora allo stesso genere umano. E forse anche questo spiegano certe fotografie in bianco e nero: due uomini con maglie diverse, destinati per una vita a essere messi uno contro l’altro, che alla fine scoprono di essere stati soprattutto due facce della stessa storia.
Bisognerebbe imparare di nuovo questa cosa semplice. A voler vincere senza desiderare che l’altro perda tutto. A discutere senza voler distruggere. A scegliere una parte senza smettere di vedere l’altra.
Perché il contrario di fraternità non è rivalità. È solitudine.