Il peso delle pietre…

Ci sono luoghi che appartengono alla geografia e luoghi che la geografia, a un certo punto, smette di riuscire a contenere. Diventano memoria, promessa, colpa, risarcimento, preghiera. Diventano il luogo in cui uomini morti da secoli continuano a discutere attraverso uomini vivi. E allora una collina non è più una collina, una città non è più una città, un muro non è più soltanto un muro. Le pietre acquistano antenati, Dio prende possesso delle mappe e perfino un metro di terra può diventare troppo piccolo per contenere tutto il passato che gli abbiamo messo sopra. Forse il problema comincia esattamente lì.
Nel 1930 un vecchio intellettuale ebreo, al quale veniva chiesto di prestare il proprio nome a una causa che avrebbe avuto bisogno di entusiasmo, rispose opponendo all’entusiasmo qualcosa di molto meno spendibile: il dubbio. Guardava con simpatia alle aspirazioni del proprio popolo, ma diffidava della possibilità di trasformare una terra così carica di storia, di religione e di appartenenze concorrenti in una patria esclusiva. E temeva soprattutto quella forma di devozione che, consacrando le pietre, finisce per dimenticare gli uomini che vivono accanto a esse.
La cosa interessante, quasi un secolo dopo, non è stabilire se avesse previsto il futuro. Sarebbe un modo piuttosto misero di leggere il passato: trasformare i morti in opinionisti dell’ultima ora, arruolarli in una fazione, mettergli in mano una bandiera che non hanno mai visto. Le parole antiche meritano un destino migliore.
Quello che colpisce è semmai la sua diffidenza verso una malattia che conosciamo benissimo: l’eccitazione delle masse. La necessità, cioè, di sostituire la complessità con una frase che possa essere gridata.
Per muovere una folla servono quasi sempre parole molto semplici. Noi e loro. Nostro e vostro. Sempre e mai. Diritto e tradimento. Patria e nemico.
La realtà, purtroppo, è molto meno educata. Ha il vizio di presentarsi piena di avverbi, subordinate, eccezioni. Chiede di ricordare due dolori contemporaneamente, di riconoscere due ragioni senza trasformarle necessariamente in due verità equivalenti. Ci costringe perfino all’umiliazione di ammettere che una vittima può diventare carnefice senza che questo cancelli ciò che ha patito; e che riconoscere il dolore dell’altro non sottrae un grammo al nostro. È una fatica enorme. Molto più semplice mettere Dio a catasto. Assegnargli particelle, recinzioni, mura, documenti di proprietà. Decidere che una pietra ci appartiene perché sopra quella pietra qualcuno, duemila anni fa, ha pregato nella nostra stessa lingua. È uno dei cortocircuiti più impressionanti dell’uomo: abbiamo inventato l’eternità e subito dopo abbiamo sentito il bisogno di darle un confine.
Forse è questo il punto più inquietante. Non il rapporto dell’uomo con la terra, ma il momento in cui la terra diventa identità.
Perché della terra si può discutere. Si può dividere, amministrare, attraversare. L’identità no. L’identità pretende di essere difesa. E quando una frontiera coincide con ciò che crediamo di essere, ogni compromesso smette di essere politica e diventa mutilazione.
Così le guerre più difficili da terminare non sono quelle combattute per conquistare qualcosa. Sono quelle in cui ciascuno è convinto che perdere qualcosa significhi perdere se stesso. E le religioni, in questa faccenda, hanno una responsabilità terribile non perché insegnino necessariamente la violenza — sarebbe una sciocchezza dirlo — ma perché hanno la capacità unica di trasformare il contingente in assoluto. Un confine può cambiare. Una decisione politica può essere revocata. Ma se dietro il confine metti Dio, improvvisamente negoziare diventa bestemmiare. Le pietre, intanto, restano pietre. È questa forse la loro innocenza.
Non sanno chi le ha toccate per primo. Non riconoscono il sangue. Non distinguono la lingua di una preghiera dall’altra. Sopportano con la stessa pazienza le mani di chi le bacia e quelle di chi vi si appoggia stanco. Sono gli uomini a riempirle di significato, e poi a inginocchiarsi davanti al significato che loro stessi vi hanno messo.
La storia è piena di questi strani idoli costruiti a nostra immagine e somiglianza.
C’è poi qualcosa di ancora più difficile da accettare: che due popoli possano avere entrambi memoria. Sembra banale. Non lo è affatto.
Perché quando il dolore diventa fondamento dell’identità, quello altrui viene percepito come concorrenza. Se riconosco la tua sofferenza, temo di indebolire la mia. Se ammetto la tua paura, forse dovrò interrogare ciò che faccio in nome della mia. E allora comincia la contabilità atroce dei morti: i nostri prima dei vostri, i vostri meno dei nostri, la nostra strage spiega la vostra, la vostra giustifica la nostra.
È probabilmente il punto in cui una civiltà dovrebbe vergognarsi. Non quando piange i propri morti. Quello è umano. Quando ha bisogno di non vedere quelli degli altri.
Abbiamo trascorso millenni a perfezionare gli strumenti con cui ricordare: libri, fotografie, monumenti, anniversari. Forse dovremmo finalmente inventare un modo decente per ricordare senza trasformare la memoria in un’arma. Perché esiste anche una memoria che protegge il futuro. È quella che non dice: ho sofferto, dunque mi è concesso. Dice: ho sofferto, dunque so.
Sa che cosa significhi essere cacciati. Sa che cosa significhi avere paura. Sa cos’è perdere una casa, un figlio, una lingua, la certezza di poter restare. Proprio per questo dovrebbe riconoscere quelle cose quando accadono a qualcun altro. Altrimenti della sofferenza non avremo imparato niente. Avremo soltanto ereditato il dolore e perfezionato il modo di trasmetterlo.
Forse un giorno capiremo che nessuna terra è davvero promessa se per mantenerla bisogna promettere agli altri una vita senza terra. E che una pietra, per quanto santa, pesa infinitamente meno di un uomo.

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