
Ogni novembre l’Italia torna a cercare Pasolini dove lo ha lasciato: su quella terra di Ostia, accanto al mare. Lo cerca nel buio dell’ultima notte, nel corpo offeso, nelle cose che ancora chiedono di essere chiarite. Poi viene giorno, si richiudono le pagine dei giornali e ciascuno rientra nelle proprie ragioni. Lui resta fuori. Anche dalle ragioni di chi dice di averlo amato.
C’è qualcosa di terribilmente italiano in questa dimestichezza con i morti che ci furono insopportabili da vivi. Sappiamo dedicare loro una strada, organizzare un convegno, scegliere una fotografia nella quale abbiano lo sguardo abbastanza lontano da non incontrare il nostro. Con le parole occorre qualche cautela in più: bisogna ritagliarle, separarle da quelle vicine, farne una frase che possa stare ovunque senza disturbare nessuno.
Con Pasolini il lavoro è stato lungo. E continua.
Dalle parole friulane alle voci delle borgate romane, dalla poesia al cinema, portò con sé un’attenzione quasi dolorosa per ciò che gli altri attraversavano senza vedere. Una lingua parlata in casa. Il modo di camminare di un ragazzo. La dignità e la ferocia che potevano abitare lo stesso volto. Guardava un mondo povero, spesso crudele, al quale riconosceva un’esistenza che il mondo nuovo si preparava a cancellare, persuaso di migliorarlo.
In quel passaggio sentiva una perdita che il vocabolario del progresso non riusciva a nominare. E insisteva a nominarla lui, esponendosi all’accusa di rimpiangere la miseria, di non capire il benessere, di essere rimasto indietro. Forse in certi giudizi c’era anche la disperazione di chi amava qualcosa fino a non saperne accettare il cambiamento. Ma liquidare quella disperazione permetteva di evitare la domanda che conteneva: che cosa accade agli uomini quando imparano a desiderare tutti la stessa vita?
Era questa, credo, la sua eresia più difficile da perdonare. Interrogava anche le promesse alle quali avrebbero dovuto bastare gli applausi.
Comunista, cercava il sacro. Modernissimo nei linguaggi, soffriva per la scomparsa di mondi antichi. Esposto al giudizio pubblico fin dentro il desiderio, non poteva concedersi quella comoda distanza dalla realtà che rende tante opinioni così impeccabili. Scriveva con tutto ciò che era, comprese le parti che non riuscivano a trovare pace fra loro. Chi provava a sistemarlo in una casella si ritrovava presto con qualcosa che sporgeva.
Da qui la solitudine. Quella che comincia quando la tua parte scopre che la tua intelligenza non è a sua disposizione.
Eppure sarebbe un altro modo di perderlo trasformarlo adesso nell’uomo che aveva previsto tutto. La parola profeta può diventare una forma elegante di disattenzione: gli riconosciamo il futuro per risparmiarci la fatica di discutere le sue pagine. Pasolini ebbe intuizioni profonde, giudizi discutibili, contraddizioni che meritano di rimanere aperte. Leggerlo significa anche potergli dare torto, seguire una sua frase finché ci conduce in un punto dal quale sentiamo di doverci separare. Restituirgli la possibilità di essere discusso sarebbe già una forma di rispetto.
Oggi il potere che descriveva passa anche attraverso le nostre mani. Lo portiamo in tasca, gli consegniamo il tempo vuoto, lasciamo che ci suggerisca ciò che merita attenzione e ciò che possiamo dimenticare. Persino la diversità dispone di modelli da ripetere. Penso che Pasolini ci costringerebbe a sostare qui, nell’imbarazzo delle nostre abitudini, dove l’indignazione contro gli altri serve così spesso a non riconoscere la nostra obbedienza.
Poi c’è quella notte. Ci sono responsabilità da accertare con le prove, domande alle quali una democrazia deve cercare risposte. La forza delle sue parole non può sostituire la verità sulla sua morte; e il racconto della morte non dovrebbe inghiottire tutto ciò che aveva scritto da vivo.
Vorrei che, una mattina di novembre, riuscissimo a tornare da Ostia portando con noi un libro aperto. Che, finite le cerimonie, una sua domanda ci accompagnasse fino a casa e trovasse posto a tavola, fra le cose delle quali siamo sicuri.
L’eretico è ancora lì, in piedi. Aspetta che qualcuno tolga la mano dalla sedia vuota.