Gli anni senza il tasto replay

Gli anni Novanta non avevano memoria sufficiente.
Ed è forse per questo che ne avevano molta.
Non c’era un telefono pronto a certificare che eravamo stati felici. Nessuna storia da pubblicare prima ancora che la storia fosse accaduta. Nessun video verticale a dimostrare che quella sera avevamo ballato, riso, bevuto qualcosa di troppo, baciato qualcuno che poi avremmo perso di vista.
Le cose succedevano e basta.
E quando succedevano non sapevamo che un giorno ci sarebbero mancate.
Avevo diciannove anni. Questa frase oggi mi fa un effetto strano. Diciannove. Un’età che adesso sembra quasi appartenuta a un altro, uno che aveva il mio nome, la mia faccia con molti anni in meno e nessuna idea di ciò che sarebbe venuto dopo.
C’erano MTV, i videoclip che sembravano piccoli film, la musica dance sparata da casse enormi, le compilation, le cassette registrate male, le radio accese nelle automobili. C’erano canzoni che non avevano ancora avuto il tempo di diventare nostalgia.
Forever young, cantavano.
E noi, naturalmente, non ci credevamo.
Perché da giovani l’eternità è una cosa talmente ovvia che non merita attenzione.
Forse è questo che mi sorprende, adesso: quando provo a tornare là, non trovo ricordi nitidi. Trovo lampi.
Una strada di sera.
Una luce al neon.
Un ritornello.
Una ragazza di cui non ricordo più bene il volto, il nome.
La Vespa 50 bianca.
L’odore dell’estate.
Qualche amico scomparso semplicemente dalla rubrica della vita molto prima che esistessero le rubriche digitali.
E allora mi prende una sensazione difficile da confessare: quella di non aver vissuto abbastanza quegli anni.
Come se avessi attraversato la mia giovinezza distrattamente.
Come se mentre avevo diciannove anni avessi dovuto fermarmi un momento, guardarmi intorno e dirmi: ricordati bene tutto questo, perché non tornerà.
Ma nessuno a diciannove anni fa una cosa simile.
Sarebbe persino ingiusto.
La giovinezza funziona proprio perché ignora di essere giovinezza. Spreca pomeriggi, perde autobus, aspetta telefonate che forse non arriveranno, passa serate senza fare niente e considera tutto infinitamente recuperabile.
Solo dopo scopri che anche le serate in cui non accadeva niente erano qualcosa.
Oggi abbiamo migliaia di fotografie di giorni che forse dimenticheremo e pochissime immagini dei giorni che non riusciamo a dimenticare.
È un paradosso perfetto.
Allora una fotografia costava. Un rullino aveva trentasei pose e bisognava decidere se quel momento meritasse una di quelle trentasei possibilità. Molte volte decidevamo di no. Così la maggior parte della nostra vita non è stata fotografata.
È rimasta da qualche parte dentro di noi.
Male archiviata, scolorita, incompleta.
Come certe cassette che dopo trent’anni restituiscono una musica impastata, qualche fruscio e, improvvisamente, quattro secondi limpidissimi.
Forse la memoria funziona allo stesso modo.
E forse non è vero che non ho vissuto abbastanza quegli anni. È che li ho vissuti senza sapere che avrei dovuto ricordarli.
La vita, del resto, ha questa pessima abitudine: non mette i titoli di coda quando finisce qualcosa. Nessuno ti avverte dell’ultima estate dei diciannove anni. Dell’ultima sera con certe persone. Dell’ultima volta in cui entrerai in un posto che allora ti sembra abituale e che un giorno cercherai persino su Google Maps per capire se esiste ancora.
Si esce da un’epoca come si esce da una stanza pensando di tornarci dopo.
Poi passano trent’anni.
E una sera senti una vecchia canzone dance, riconosci dopo tre note un pezzo che credevi dimenticato e per qualche minuto succede una cosa abbastanza crudele e meravigliosa: il tempo restituisce tutto.
Non i fatti.
La sensazione.
Ed eccolo là quello di diciannove anni.
Non sa ancora niente.
Non sa quanto dureranno gli amici.
Non sa chi diventerà.
Non sa quante persone perderà e quante ne incontrerà.
Non sa nemmeno che quegli anni un giorno verranno chiamati gli anni Novanta, con quella maiuscola sentimentale che mettiamo alle epoche soltanto quando sono finite.
È vivo e basta.
E forse era questo il modo giusto di viverli.
Perciò, quando penso agli anni Novanta, credo di aver capito una cosa.
Non mi manca davvero MTV.
Non mi manca la dance.
Non mi mancano le cassette, le cabine telefoniche o quel mondo senza notifiche.
Mi manca quello che tutte quelle cose contenevano senza saperlo.
I miei diciannove anni.
Perché alla fine non abbiamo nostalgia del passato. Abbiamo nostalgia della persona che eravamo quando il passato era ancora presente.

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