
Il signor Arturo Lamberti era un uomo educato. Non genericamente educato. Educato sul serio.
Ringraziava il casellante dell’autostrada, salutava i distributori automatici quando gli restituivano il resto e, se entrando in un negozio faceva suonare per errore il campanello due volte, provava un leggero imbarazzo.
Una volta aveva chiesto scusa a una sedia dopo averle dato un calcio.
Per fortuna non c’era nessuno.
La mattina del 14 aprile Arturo arrivò in ufficio alle otto e ventisette. Alle otto e ventotto urtò una donna.
Non molto.
Il genere di urto che normalmente occupa nella vita di un uomo circa tre secondi.
— Mi scusi.
— Si figuri.
Ecco.
La faccenda, secondo ogni ragionevole ordinamento dell’universo, avrebbe dovuto concludersi lì.
Ma la ragionevolezza è una qualità dell’universo, non necessariamente degli uomini.
Arturo entrò nell’ascensore.
Al secondo piano pensò che la donna non aveva sorriso.
Al quarto ricordò che aveva detto si figuri piuttosto in fretta.
Al sesto gli sembrò addirittura che avesse sospirato.
Al settimo era certo di averle rovinato la mattinata.
Si sedette alla scrivania.
Provò a lavorare.
Alle nove e dodici aveva aperto tre volte lo stesso foglio Excel e scritto nella cella C17: MI SCUSI
Cancellò immediatamente.
Alle dieci scese alla reception.
La donna era lì.
Arturo si avvicinò.
— Mi scusi.
Lei si voltò.
— Prego?
— No, dicevo: mi scusi per prima.
— Prima quando?
Questa domanda lo turbò moltissimo.
— Alla porta.
La donna ci pensò.
— Ah, sì. Ma si figuri.
E sorrise.
Arturo tornò in ascensore felice.
Al terzo piano smise di esserlo.
Perché aveva dovuto ricordarglielo? Forse lei aveva cercato di dimenticare l’accaduto. E lui, invece, glielo aveva nuovamente imposto.
Era stato invadente.
Peggio: insistente.
Alle undici e venti incontrò il portiere.
— Mi scusi, la dottoressa che era qui prima…
— La Ferri?
— Ah, si chiama Ferri.
— Sì.
— Ha detto qualcosa?
— Su cosa?
Arturo esitò.
— Niente.
Il portiere lo guardò.
— E allora perché dovrebbe aver detto qualcosa?
Arturo impallidì.
Era evidente: il portiere sapeva.
A pranzo non mangiò.
Alle quattordici e cinque vide la dottoressa Ferri alla macchinetta del caffè.
Decise di comportarsi normalmente.
— Buongiorno.
— Buongiorno.
Arturo fece tre passi.
Poi tornò indietro.
— Volevo soltanto precisare una cosa.
La dottoressa Ferri lasciò lentamente cadere lo zucchero nel bicchiere.
— Dica.
— Stamattina, quando l’ho urtata, non l’ho fatto intenzionalmente.
Lei lo guardò.
— Non avevo pensato che fosse intenzionale.
Arturo sorrise.
— Perfetto.
Fece altri tre passi.
Si fermò.
Tornò indietro.
— Però adesso potrebbe sembrare che io abbia precisato che non era intenzionale proprio perché invece lo era.
La donna rimase con il cucchiaino sospeso.
— No.
— Bene.
Arturo se ne andò.
Questa volta arrivò fino all’ascensore.
Poi tornò.
— Comunque non lo era.
La dottoressa Ferri non rispose.
Il giorno successivo Arturo pensò che fosse meglio non parlarle.
La vide alle nove e quaranta.
Le fece un cenno con la testa.
Lei ricambiò.
Alle nove e quarantadue Arturo si domandò se il cenno non fosse sembrato eccessivamente confidenziale.
Alle nove e quarantacinque concluse di sì.
Alle dieci e cinque le mandò una mail.**Gentile dottoressa Ferri,** **spero che il mio saluto di questa mattina non sia risultato inopportuno.**
La rilesse.
Sembrava la mail di un maniaco.
La cancellò.
Ne scrisse un’altra.**Gentile dottoressa Ferri,** **in riferimento all’accaduto di ieri…**
Peggio.
Pareva l’inizio di una richiesta di risarcimento.
Terza versione:**Gentile dottoressa,** **senza voler tornare sull’episodio sul quale non intendo tornare…**
Si fermò.
Rilesse.
La cancellò.
Alle undici e trenta decise che la cosa più dignitosa fosse parlarle personalmente.
La trovò nel corridoio.
— Dottoressa Ferri.
Lei chiuse gli occhi.
Fu un movimento brevissimo.
Ma Arturo lo vide.
— Signor Lamberti.
Conosceva il suo nome.
La cosa era ormai ufficiale.
— Volevo dirle che non desidero assolutamente importunarla.
— Benissimo.
— Anzi, sono venuto apposta a dirle che non verrò più a disturbarla.
— La ringrazio.
Arturo si sentì offeso.
Non sapeva bene perché.
— Naturalmente non vorrei che quel ‘la ringrazio’ significasse che finora l’ho disturbata.
La donna inspirò.
— Signor Lamberti…
— Perché, vede, tutto nasce da un equivoco.
— Non c’è nessun equivoco.
— Appunto! È proprio questo che volevo chiarire.
— Che non c’è nessun equivoco?
— Esattamente.
— È chiarissimo.
— Perfetto.
Arturo sorrise.
La dottoressa Ferri sorrise.
Rimasero entrambi a sorridere.
Dopo alcuni secondi nessuno dei due sapeva più perché.
Poi lei se ne andò.
Arturo rimase nel corridoio.
Era fatta.
Finalmente.
Definitivamente.
Irrimediabilmente.
Alle quindici e venti tornò da lei.
— Un’ultima cosa.
La dottoressa Ferri alzò lentamente la testa dal computer.
— No.
Arturo rimase interdetto.
— Come?
— No.
— Ma non sa cosa devo dirle.
— Non importa.
— Volevo soltanto…
— No.
— Riguarda ieri.
— Lo immaginavo.
— Perché non vorrei che lei pensasse…
La donna si alzò.
— Signor Lamberti, io ieri mattina non pensavo niente. Lei mi ha urtata. Mi ha chiesto scusa. Io le ho detto ’si figuri.’ Poi lei è tornato a chiedermi scusa. Poi mi ha spiegato perché mi aveva chiesto scusa. Poi mi ha spiegato che non voleva spiegarmi perché mi aveva chiesto scusa. Oggi mi ha salutata, si è preoccupato di avermi salutata e adesso è venuto a spiegarmi che non vuole preoccuparmi. Se continua così, domani dovremo chiamare un notaio.
Arturo abbassò gli occhi.
— Capisco.
Fece per andarsene.
Poi si voltò.
— Mi scusi.
La dottoressa Ferri lo fissò.
— VADA VIA!
Il corridoio ammutolì.
Una porta si aprì.
Poi un’altra.
Il portiere comparve misteriosamente dal piano terra, benché fossero al settimo.
Arturo diventò rosso.
— Certamente.
Fece qualche passo.
Poi si fermò.
— Però mi permetta soltanto di dire che non volevo assolutamente costringerla ad alzare la voce.
La dottoressa Ferri afferrò la borsa.
Arturo fuggì.
Quella sera tornò a casa, si tolse le scarpe e raccontò tutto alla moglie.
Lei ascoltò in silenzio.
Quando ebbe finito, domandò:
— Posso dirti una cosa?
— Certo.
— Hai rotto le scatole a quella povera donna per due giorni.
Arturo rimase immobile.
Questa eventualità non l’aveva mai considerata.
— Io?
— Tu.
— Ma cercavo di essere educato.
— Appunto.
La moglie tornò a guardare la televisione.
Arturo rimase seduto.
E forse fu quella la prima volta in cui intuì che anche le virtù, quando hanno paura, possono diventare vizi.
Passarono molti anni.
Arturo andò in pensione, invecchiò, dimenticò password, numeri di telefono, appuntamenti, nomi di colleghi che aveva visto ogni giorno per trent’anni.
Ma la dottoressa Ferri no.
Quella rimase.
Non come rimorso.
Come una piccola lezione.
Aveva impiegato quasi una vita a capire che una parte considerevole della nostra infelicità nasce dall’ambizione assurda di voler controllare il posto che occupiamo nella mente degli altri.
Vogliamo essere capiti bene.
Ricordati bene.
Giudicati bene.
Persino dimenticati nel modo giusto.
Così spieghiamo.
Precisiamo.
Rettifichiamo.
Torniamo sulle parole dette, sui silenzi, sui messaggi senza risposta, su un’espressione del viso durata mezzo secondo.
E a forza di bussare alla coscienza degli altri per sapere se siamo ancora persone perbene, finiamo qualche volta per diventare insopportabili.
Un pomeriggio Arturo uscì da una farmacia.
Sulla porta un ragazzo lo urtò.
— Oddio, mi scusi.
— Si figuri.
Il ragazzo fece due passi.
Poi tornò.
— Davvero, non l’ho fatto apposta.
Arturo lo guardò.
Avrà avuto vent’anni.
— Lo so.
Il ragazzo fece altri due passi.
Si fermò.
Arturo ebbe un presentimento terribile.
— Volevo soltanto essere sicuro che lei non avesse pensato…
Arturo sollevò una mano.
— Ragazzo.
— Sì?
— Scappa.
— Come?
— Scappa finché sei in tempo.
Il ragazzo lo guardò come si guardano i vecchi quando dicono cose incomprensibili.
Poi rise e se ne andò.
Arturo rimase davanti alla farmacia a guardarlo allontanarsi.
Rise anche lui.
Aveva finalmente capito una cosa che a vent’anni nessuno gli aveva spiegato: che chiedere scusa è educazione. Chiederla due volte è scrupolo. Tre volte è insicurezza. Alla quarta, con ogni probabilità, il problema sei diventato tu.
E forse diventare adulti significa anche questo: imparare che non tutte le porte che abbiamo urtato devono essere riaperte.
Alcune chiedono soltanto una parola.
Scusi.
E poi la cosa più difficile: andarsene.