La scorciatoia e il debito: la lezione di Corbino

Ci sono imbrogli che non si lavano via nemmeno con tutta l’acqua del mare, e poi ci sono quelle piccole violazioni del regolamento che ti restano addosso come una responsabilità, più che come una colpa. La storia di Corbino ed Emilio Segrè è esattamente questo: non l’apologia della furberia all’italiana, ma un promemoria molto serio su cosa vuol dire prendersi carico delle conseguenze di una scorciatoia.
Se la si racconta male, sembra la solita scena: il professore potente che fa una telefonata, sistema una carta, aggiusta un esame mai fatto. Un favore. Un privilegio. Il solito “conoscente giusto” al posto giusto. Ma se la si guarda un po’ meglio, la storia è più esigente di così. Perché Corbino, nel momento in cui inventa dal nulla quel “30 negli esercizi di fisica”, non sta solo spianando la strada a un ragazzo simpatico: si sta prendendo un debito, e sa benissimo che prima o poi dovrà restituirlo con gli interessi.
Il capolavoro pedagogico è tutto in quella frase di Segrè: “Quando, appena laureato, divenni assistente di Corbino, egli mi incaricò di insegnare proprio quegli esercizi che non avevo mai fatto”. È lì che si vede la differenza fra il favore e la responsabilità. Il favore ti lascia esonerato per sempre; la responsabilità ti rimette davanti, più tardi, esattamente a ciò che hai saltato, chiedendoti di farlo meglio, di più, per gli altri.
Corbino non “aggiusta” i regolamenti per comodità: li piega per un fine preciso. Vuole tirare dentro la fisica italiana un ragazzo che ha tutte le carte in regola per diventare un grande fisico, tranne quelle stampate su carta intestata. E allora inventa una carta, ma non inventa il talento, non inventa la fatica, non inventa lo studio: su quello non c’è scorciatoia. Quel 30 finto è solo un ponte gettato sopra un fossato burocratico per evitare di perdere un anno. Il resto, Segrè, dovrà sudarselo uno per uno, quegli “esercizi”, fino a diventare abbastanza bravo da doverli spiegare ad altri.
La lezione di comportamento è sottile, e forse per questo è scomoda. Non dice: “Le regole non servono”. Dice qualcosa di più difficile da praticare: le regole servono, ma non sono un alibi. Non possono diventare la giustificazione elegante del nostro non volerci prendere la responsabilità di una decisione. Il regolamento, da solo, non sa distinguere tra una furbata per sistemare l’amico e un’eccezione necessaria per non sprecare un talento. Corbino non è un santo, non è un puro. È uno che “aggira i regolamenti o fa qualche cabala”, come scrive Segrè, ma mai “senza una giustificazione che rendesse l’azione altamente desiderabile per fini nobilissimi”. Qui c’è un criterio semplice e terribile insieme: chiedersi a chi giova la scorciatoia. Se serve solo a proteggere me, il mio piccolo interesse, il mio quieto vivere, è furbizia, è trucco da corridoio. Se serve a far crescere un altro, e alza l’asticella per tutti, allora non è più una scappatoia, è un’assunzione di rischio. Perché poi il punto è questo: chi “bara” così, su un registro, si sta offrendo come bersaglio. Sta dicendo al sistema: se qualcosa va storto, venite da me. Non è l’imbroglio anonimo, la firma illeggibile in fondo a una delibera che non si sa chi abbia approvato. È una telefonata con nome e cognome, un rapporto personale, una memoria precisa: “me lo ricordo benissimo, quelli erano gli esercizi che non avevi fatto”. E infatti, quando arriva il momento, Corbino non si nasconde: lo mette proprio lì, Segrè, davanti alla cattedra degli esercizi mai sostenuti. È una forma di giustizia particolare: ti apro la porta ora, ma tu, alla fine del corridoio, dovrai imparare ad aprirla per altri. Ti faccio saltare un gradino, ma solo se prometti, tacitamente, che poi sarai tu a costruire una scala più solida per chi verrà dopo.
Se si porta questa cosa fuori dalla fisica, dentro la vita di tutti i giorni, diventa un criterio abbastanza pratico. Prima di chiedere una deroga, una scorciatoia, un “facciamo finta che”, bisognerebbe domandarsi: sono disposto, un giorno, a insegnare proprio quella cosa che oggi sto saltando? Sono disposto a diventare responsabile di ciò che il regolamento non prevede ma che so essere giusto per la persona che ho davanti? Perché è facile indignarsi dei regolamenti assurdi finché restiamo spettatori; è più difficile mettersi nei panni di chi ha abbastanza potere da poterli forzare, sapendo che ogni piccola forzatura crea un precedente e un rischio. Corbino non è il professore che “conosce qualcuno in segreteria” e fa scomparire un problema: è il professore che, conoscendo qualcuno in segreteria, si prende sulle spalle l’errore che ha appena inventato. E lo fa con una lucidità disarmante: sa benissimo che quell’eccezione sarà tanto più giustificabile quanto più Segrè diventerà bravo, preparato, all’altezza di quel 30 che qualcuno gli ha regalato sulla fiducia. Forse la lezione è tutta nella parola fiducia. Corbino non trucca i documenti perché pensa che Segrè “se la caverà comunque”: lo fa perché è convinto che quel ragazzo, messo nelle condizioni giuste, saprà restituire al mondo più di quello che il mondo gli ha anticipato. È un investimento, non un condono. È come se dicesse: oggi ti risolvo io il problema degli esercizi, domani sarai tu a risolvere il problema della fisica in Italia, o almeno a provarci.
E allora la morale, se proprio serve una morale, forse è questa: non è proibito accorciare la strada, è proibito farlo gratis. Ogni volta che tagli un pezzo di percorso a qualcuno, devi essere disposto a camminare quel pezzo insieme, più tardi, quando le cose si faranno serie. Ogni volta che aggiri un ostacolo burocratico per un fine che chiami “nobile”, devi essere pronto a metterci la faccia quando qualcuno domanderà chi è stato a spostare il cartello. Il vero abuso non è nel telefono al segretario, è nel farlo senza poi volerne più sapere. Corbino, invece, si ricorda benissimo. E affida proprio a Segrè, anni dopo, la materia che gli aveva regalato. Non per punirlo. Per chiudere il cerchio.
In un mondo che usa i regolamenti come scudo per non scegliere mai, questo vecchio professore che “bara” per permettere a un ragazzo di studiare di più, non di meno, è una figura scomodamente attuale. Ci ricorda che il problema non è la regola o l’eccezione, ma l’idea che abbiamo in testa quando le maneggiamo: se stiamo cercando il nostro vantaggio, o se ci stiamo prendendo cura del futuro di qualcun altro. E che, in ogni caso, a esercizi non fatti, la vita prima o poi trova sempre il modo di interrogarci.

Lascia un commento