Noi, poeti, siamo nudi…

Scrivere è una forma educata di spogliarsi.
Si comincia sempre con l’idea di raccontare qualcosa che sta fuori da noi: una strada, un amore, una finestra accesa nella sera, il modo in cui certe persone se ne vanno senza chiudere bene la porta. Poi, mentre scegliamo le parole, accade il contrario. La strada conduce a casa nostra, l’amore porta il nostro nome, dietro quella finestra siamo noi a restare svegli.
La scrittura tradisce con delicatezza.
Possiamo inventare paesaggi, cambiare le stagioni, prestare i nostri difetti a un personaggio secondario, ma qualcosa rimane scoperto: una paura infilata tra due virgole, una nostalgia che insiste in un aggettivo, una ferita che credevamo nascosta e invece continua a respirare sotto il testo.
Forse è questa la nudità dei poeti: non l’esibizione di sé, ma l’impossibilità di scomparire del tutto da ciò che si scrive.
Ogni parola scelta dice anche chi l’ha scelta. Ogni silenzio rivela il punto esatto in cui non siamo riusciti a parlare. Perfino l’ironia, certe volte, non è che un cappotto leggero indossato sopra una fragilità che sente freddo. E allora la decenza non consiste nel coprirsi. Consiste nel non usare la propria nudità per costringere gli altri a guardarla. Nel non trasformare il dolore in ricatto, l’intimità in spettacolo, la confessione in una stanza senza tende affacciata sulla strada.
Essere decenti, quando si scrive, significa lasciare intravedere senza spalancare. Dire la verità senza alzarle la voce. Sapere che ciò che è più profondo non ha bisogno di essere spiegato fino in fondo, perché certe emozioni diventano volgari soltanto quando pretendiamo di mostrarne ogni dettaglio.
La poesia, forse, è proprio questo equilibrio quasi impossibile: restare nudi senza perdere grazia. Offrire al lettore non tutto ciò che siamo, ma il punto preciso in cui ciò che siamo potrebbe somigliare anche a lui.
E poi arretrare di un passo.
Lasciare che sia il silenzio a vestirci.

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