Il tempo che manca…

La scuola continua a misurarsi in ore, quadrimestri, programmi, verifiche, scadenze. È una geografia precisa, fatta di campanelle che dividono il mattino in porzioni uguali. Eppure chi insegna lo sa: quasi niente di ciò che conta davvero rispetta quell’orologio.
La fiducia non entra in aula alle otto in punto. La curiosità non si lascia convocare. Il coraggio di fare una domanda, la fatica di raccontare un dolore, il momento esatto in cui un ragazzo decide di credere un po’ di più in sé stesso arrivano sempre fuori programma.
Forse il compito della scuola non è soltanto trasmettere conoscenze. Quelle sono il lessico necessario per abitare il mondo. Ma c’è un’altra lingua, più silenziosa, che si impara soltanto incontrando adulti capaci di fermarsi abbastanza da ascoltare.
Oggi il rischio non è soltanto quello di correre troppo. È quello di confondere il movimento con il cammino. Riempire ogni spazio di attività e lasciare vuoti i luoghi in cui dovrebbe nascere una relazione.
Un ragazzo raramente ricorda la pagina spiegata il martedì della terza ora. Ricorda, invece, l’insegnante che gli ha restituito una domanda invece di una sentenza. Quello che ha intuito una stanchezza prima ancora di un’insufficienza. Quello che gli ha fatto capire, senza proclami, che il suo valore non coincideva con il numero scritto in rosso accanto al compito.
Educare è un verbo che ha un passo lento. Somiglia più alla cura di un giardino che alla costruzione di un edificio. Non si vede crescere nulla da un giorno all’altro. Eppure, un mattino, ci si accorge che qualcuno ha imparato a guardare il mondo con occhi un poco più larghi.
Forse è questo il tempo che dovremmo difendere con più ostinazione: quello che non produce statistiche, non finisce nei grafici, non entra nei registri. Il tempo in cui un adulto resta accanto a un ragazzo senza avere fretta di arrivare da qualche parte.
Perché il futuro dei giovani, prima di diventare un problema da discutere, è sempre stato un tempo da abitare. Insieme.

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