Il tavolo, adesso…

Le pompe di benzina chiuse. Le auto in fila davanti a quelle ancora aperte. I banchi dei supermercati vuoti. A Napoli si teme perfino che la raccolta dei rifiuti si fermi; il trasporto dei beni essenziali richiede misure straordinarie. Non sono immagini del futuro. Sono le notizie di questa mattina.
Ora si parla di tavoli. Si convocano le parti, si cercano intese, si promette di ascoltare gli autotrasportatori. Bisogna farlo, naturalmente. Ma un tavolo convocato quando manca il carburante e la merce non arriva più nei negozi è anche la misura di un ritardo. Le richieste di chi lavora su strada non sono nate ieri. Il disagio delle famiglie, neppure.
La responsabilità della politica sta qui: aver lasciato che problemi conosciuti diventassero un’emergenza prima di trattarli come una priorità. Quando una vertenza investe i rifornimenti, la spesa, la salute, il lavoro di altri settori, non basta più una risposta preparata per chi protesta. Occorre rispondere a un Paese che comincia a fermarsi.
I blocchi producono danni, e quei danni vanno detti senza indulgenza. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile usare il disordine di oggi per evitare la domanda su ciò che si poteva fare ieri. Un governo non è chiamato soltanto a intervenire quando la crisi è visibile. È chiamato a riconoscerla mentre c’è ancora il tempo di impedirla.
Quel tempo, in buona parte, è stato sprecato. Adesso servono accordi verificabili, misure concrete, scadenze brevi. E serve la serietà di ammettere che ogni giorno perduto renderà più difficile riaprire ciò che si è fermato.
La politica che ascolta i cittadini solo quando trova gli scaffali vuoti è arrivata troppo tardi.

Lascia un commento