Ho imparato a programmare quando il computer era un’idea più che un oggetto: matita, carta, e una logica che non perdonava distrazioni. Dal 1964 il BASIC ha aperto una porta, ma oggi rischiamo di attraversarla senza accorgercene. Forse imparare davvero, adesso, significa tornare a togliere: calcolo, strumenti, scorciatoie. Restare soli con il pensiero.
La bussola, a un certo punto, smette di obbedire. Non per difetto, ma per eccesso di mondo. Impazzisce quando l’orizzonte si allarga troppo, quando la linea netta tra nord e sud si sfalda sotto il peso di ciò che desideriamo. Allora l’avventura non è più un cammino tracciato, ma uno scarto. Una deviazione minima, quasi impercettibile, che però basta a rendere inservibile ogni mappa. E i dadi, che un tempo rassicuravano con la loro matematica povera e precisa, smettono di tornare. Non è un errore di calcolo. È che la vita, quando prende sul serio se stessa, rifiuta la somma. Rifiuta il conto. Rifiuta perfino la probabilità. Ci hanno insegnato a fidarci dei numeri: a cercare nel lancio dei dadi una legge, una distribuzione, una prevedibilità. Ma esiste un momento — ed è sempre quello decisivo — in cui la traiettoria si spezza, il risultato si sottrae, e resta solo il gesto. Il lancio, non l’esito. Forse è lì che comincia davvero l’avventura: quando la bussola non indica più, ma vibra. Quando non orienta, ma trema. C’è qualcosa di profondamente umano in questo smarrimento. Non è la perdita della direzione, ma la fine dell’illusione che una direzione basti. Come se il mondo, improvvisamente, si rifiutasse di essere ridotto a coordinate, a sistemi, a equazioni. Come se chiedesse — con una certa ostinazione — di essere attraversato, non misurato. E allora ci si accorge che il disordine non è un nemico, ma una condizione. Che l’imprecisione non è un difetto, ma una forma di libertà. In fondo, anche la leggerezza — quella vera, non la superficialità — nasce così: da una sottrazione di peso, da un rifiuto della rigidità, da una distanza presa con grazia rispetto all’inerzia del mondo . Non si tratta di fuggire, ma di guardare altrove. Di non fissare la Medusa negli occhi. Forse la bussola impazzita è l’unico strumento onesto che ci resta. E i dadi che non tornano, l’unico calcolo che valga la pena tentare.
…desolata t'attende dalla sera in cui v'entrò lo sciame dei tuoi pensieri e vi sostò irrequieto.