La moneta dei ricordi…

Sfilo, ogni tanto, un album che non possiedo da nessuna mensola visibile. Non ha copertina, non ha pagine, non pesa niente e tuttavia certe sere mi cade addosso con la gravità piena delle cose che furono. Lo apro senza volerlo — o forse lo apro proprio perché una parte di me, la più vigliacca e la più fedele, continua a volerlo — e da quelle pagine immaginarie risalgono volti, stanze, voci, estati, profumi, promesse non mantenute, promesse mantenute senza accorgersene, persone che hanno attraversato la mia vita come si attraversa una piazza: alcune di fretta, alcune fermandosi, alcune lasciando dietro di sé una luce che ancora oggi non so spegnere.
È strano il modo in cui ricordiamo. Non secondo giustizia, quasi mai. Non ricordiamo ciò che è stato importante secondo l’ordine ufficiale degli eventi, ma ciò che in qualche punto segreto del corpo ha fatto presa. Una frase detta male. Una mano appoggiata un secondo di troppo. Una risata in un corridoio. Una tavola apparecchiata. Il rumore di una città vista da lontano. Un viso che allora pareva ordinario e che poi, negli anni, diventa simbolo, confine, stagione. La memoria non archivia: trasfigura. Non conserva: sceglie. Non salva tutto, per fortuna, e proprio per questo quello che salva diventa reliquia.
E allora mi accorgo di avere accumulato molto più di quanto sapessi. Non cose, che poi le cose si rompono, si perdono, si sostituiscono, si coprono di polvere con una dignità quasi comica. Ho accumulato vite sfiorate, esistenze entrate nella mia per un tratto, passioni che mi hanno educato, amori che mi hanno allargato o ferito, interessi che mi hanno tenuto in piedi quando tutto il resto sembrava inclinarsi. Ho preso tanto. Ho preso parole, esempi, carezze, rimproveri, fiducia, pazienza, occasioni. Ho preso persino dalle delusioni, che sono maestre crudeli ma precise: non spiegano nulla con dolcezza, però incidono bene.
E in questo prendere — che a dirlo così sembra quasi una colpa — c’è forse la forma più sincera dell’apprendere. Perché vivere, alla fine, non è altro che lasciarsi istruire da ciò che accade. Dai luoghi, dai libri, dagli incontri, dalle sconfitte, dalle persone che ci hanno voluto bene come potevano e da quelle che non hanno saputo volerci bene affatto. Si impara perfino da chi ci ha fraintesi, da chi ci ha lasciati al margine, da chi non ha avuto abbastanza sguardo per vederci interi. Anche loro, senza meritarlo, diventano parte della nostra educazione sentimentale.
Poi arriva, inevitabile, la domanda che non fa rumore ma resta lì: avrò dato altrettanto? Non in termini di contabilità morale, ché la vita non è un registro con entrate e uscite, e nessuno, per fortuna, alla fine ci presenterà un bilancio in partita doppia delle emozioni. Ma avrò lasciato qualcosa? Un gesto buono. Una parola giusta. Un’attenzione. Un frammento di coraggio. Una stanza meno fredda dopo il mio passaggio. Avrò saputo restituire almeno una parte della luce ricevuta, o l’avrò trattenuta tutta per me, come fanno certi avari dell’anima che accumulano calore e non scaldano nessuno?
Mi pare, col tempo, che il desiderio più profondo non sia essere celebrati, né capiti fino in fondo — pretesa impossibile, forse perfino un poco infantile. Il desiderio vero è essere ricordati bene. Non da tutti. Da qualcuno. Essere, nella memoria di qualcun altro, non un peso, non un rimorso, non una ferita inutile, ma una specie di riparo. Un nome che, se torna, non fa male. O fa male dolcemente, come fanno certe musiche quando arrivano all’improvviso e ci sorprendono ancora vivi.
Essere ricordati bene: ecco una forma discreta di immortalità. Non quella grande, rumorosa, monumentale, che ha bisogno di statue, targhe, applausi, cronologie. Una immortalità minore, domestica, quasi clandestina. Restare in un aneddoto raccontato a cena. In una frase ripetuta senza più ricordare chi l’abbia detta per primo. Nel modo in cui qualcuno, grazie a noi, ha imparato a guardare una cosa. In un ragazzo che un giorno, lontano da noi, userà una parola che gli abbiamo insegnato. In un amico che sorriderà pensando a una giornata qualunque. In un amore che, pur finito, non dovrà pentirsi di essere esistito.
Forse i sacrifici si ripagano così. Non con il successo, che spesso arriva tardi o arriva storto o non arriva affatto. Non con il riconoscimento, che dipende troppo dagli occhi degli altri e troppo poco dalla verità delle cose. Si ripagano con la traccia. Con quel residuo buono che resta quando noi siamo già andati via da una stanza, da una scuola, da una vita, da un abbraccio, da una stagione.
Mi commuove pensare che, mentre io sfoglio il mio album immaginario, forse da qualche parte — senza saperlo, senza poterlo controllare — sono anch’io dentro l’album di qualcun altro. Magari in una fotografia sfocata della memoria. In un dettaglio marginale. In una scena secondaria. In una frase detta camminando. Non importa essere stati il centro. A volte basta essere stati una presenza leale nel margine giusto.
E allora sì, tutto questo passare, affannarci, studiare, amare, sbagliare, ricominciare, partire, tornare, resistere, forse non è stato soltanto consumo di giorni. Forse è stato semina. Una semina imperfetta, disordinata, umanissima. Alcuni semi saranno caduti sulla pietra, altri saranno stati portati via dal vento, altri ancora non sapremo mai dove sono finiti.
Ma se anche uno solo, in qualche luogo remoto della memoria di qualcuno, avrà messo radice, allora qualcosa sarà salvo. Anche di noi.