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Un piccolo racconto, leggero e galante, ambientato in un Piemonte aristocratico di metà Ottocento.
Il conte Attilio, uomo pubblico irreprensibile e abilissimo nel custodire i propri segreti, incontra per caso un giovane contino negli uffici ministeriali. Da uno sguardo trattenuto nasce un invito a Palazzo, poi una cena, una conversazione elegante, una complicità inattesa.
Una storia breve sulla discrezione, sul desiderio e su quelle avventure che gli archivi ufficiali non registrano mai.

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Il cratere e la carezza…

C’è una cosa che non si perdona al Vesuvio: che stia lì, impassibile, a fare il panorama.
Lo guardi da lontano — da quella distanza di sicurezza che ti concedi quando non vuoi fare i conti con qualcosa di più grande di te — e sembra una promessa mantenuta. Una sagoma quieta sul fondo del cielo, come certi uomini che non alzano mai la voce e che per questo non ti fidi mai del tutto, perché sai, in qualche posto preciso dentro di te, che qualcosa prima o poi accadrà. Il vulcano ha quella stessa aria. Quella di chi è già stato capace di tutto e adesso si è messo comodo, le mani in tasca, ad aspettare con pazienza geologica che tu ti dimentichi di lui.
I napoletani non se ne dimenticano. Ci hanno costruito sopra un santo, una festa, un miracolo a cadenza regolare, quasi fosse una rata da onorare. Il sangue di Gennaro si scioglie, la città trattiene il fiato, poi ricomincia a respirare — fino alla prossima volta. È una negoziazione ininterrotta con la terra, un contratto d’affitto che prevede clausole che nessuno ha mai letto fino in fondo, stipulato con qualcosa che non firma ma che incassa sempre.
Eppure una volta ci sono salito, con mio padre, in una di quelle domeniche d’estate che sapevano di tempo libero e di sandali. E devo dire che lassù il Vesuvio tradisce tutto quello che ha fatto credere di essere. Ci siamo infilati dentro una nuvola così fitta da togliere il suono alle cose, e abbiamo camminato in quel silenzio da stanza sigillata — il tipo di silenzio che non è pace, ma sospensione, come un respiro trattenuto troppo a lungo che non sai più se appartiene all’attesa o alla paura. Poi, sul bordo del cratere svuotato, il più vasto orizzonte che abbia mai visto in vita mia si è aperto davanti a noi senza preavviso. Un sole arancione si immergeva dietro Ischia come se avesse altrove un appuntamento imprescindibile, e una brezza improvvisa asciugava tutto — il sudore, la fatica, il dubbio accumulato passo dopo passo.
Nessuno ti dice che il Vesuvio, in cima, ti accarezza.
Ti prepari al mostro e trovi il vento cortese. Ti aspetti la bocca del fuoco e scopri invece il posto più aperto e ariato del mondo. È un meccanismo che quella terra conosce da sempre, nel profondo: ti educa alla violenza sotterranea, ti abitua al borbottio incandescente delle viscere, e poi al momento esatto ti offre la veduta più ampia che esista — ti porta sul bordo e ti dice, con la semplicità delle cose vere: eccolo, il mondo. Guardalo bene. Non è detto che duri.
Forse è per questo che i napoletani ridono in quel modo strano e inconfondibile che hanno, con una vena di malinconia incassata dentro ogni sorriso, come se la gioia avesse già calcolato la propria scadenza. Non è fatalismo — è qualcosa di più sottile, di più onesto. È la consapevolezza, maturata per ragioni geologiche prima ancora che personali, che la superficie non garantisce niente, che la bellezza viene dallo stesso posto oscuro da cui viene il pericolo, che il tufo — quella pietra friabile, porosa, incapace di trattenere l’intonaco — è pure l’unica cosa che ha tenuto in piedi la loro città per duemila anni.
Il tufo cede un poco, si adatta, lascia passare l’acqua attraverso di sé — e resta. Ciò che non sa cedere, lo trovi spezzato nel mezzo.
Napoli è costruita così. Porosa in superficie, tenace nel profondo. Capace di assorbire tutto — i bombardamenti, la cenere, le alluvioni, la storia — e di restituirlo trasformato in qualcosa che assomiglia, contro ogni previsione, alla bellezza.
Come certa gente che conosco.
Come certa gente che, forse, sono.

…non pensano


«Ci si arrovella tanto sul pensiero di certi uomini politici. Credo che a un certo punto dovremmo fare la semplicistica operazione di dire che non pensano»

Leonardo Sciscia.

C’è un punto, sottilissimo e decisivo, in cui il parlare smette di essere un gesto neutro e diventa un atto morale. Non lo si avverte subito: accade lentamente, per assuefazione, come quando l’orecchio si abitua al rumore di fondo e smette di distinguerlo. Ma è proprio lì che comincia lo smarrimento.
Si è portati a credere che il pensiero preceda la parola, che esista da qualche parte — puro, intatto — e che il linguaggio sia soltanto il suo involucro, talvolta imperfetto. È un’illusione rassicurante, perché ci assolve: se le parole sono inadeguate, la colpa non è nostra, è del mezzo. E invece accade il contrario. La parola non traduce il pensiero: lo costruisce. Lo delimita, lo disciplina, gli impone una forma. Senza quella forma, il pensiero non è ancora tale: è un grumo indistinto, una materia informe che non sa dirsi e, proprio per questo, non sa neppure conoscersi.
Per questo parlare male non è un difetto estetico, ma un difetto cognitivo. Non si tratta di eleganza, ma di precisione. Chi dispone di poche parole, o le usa male, restringe automaticamente il campo del proprio pensiero. Come uno strumento lasciato arrugginire, la mente perde elasticità, si irrigidisce, smette di distinguere. Non è un caso che, dove il linguaggio si impoverisce, anche la realtà si semplifica fino a diventare caricatura: tutto è ridotto a slogan, a opposizioni elementari, a semplificazioni brutali.
E allora si comprende, senza bisogno di troppe dimostrazioni, perché l’incompetenza linguistica non resti confinata nei margini, ma finisca per investire il centro. Quando il discorso pubblico si abitua alla sciatteria, quando la parola diventa approssimativa, sciatta, negligente, anche il pensiero che quella parola dovrebbe sostenere si adegua: si fa pigro, impreciso, irresponsabile. Non si vede più con chiarezza, non si interpreta con rigore, non si comprende davvero. Si reagisce.
In questo senso, la questione non riguarda soltanto chi governa, ma chi ascolta. Un Paese che tollera un linguaggio povero è un Paese che ha già rinunciato a pensare con profondità. E quando il pensiero si ritira, resta il rumore: un continuo parlare che non costruisce nulla, che non organizza, che non chiarisce. Un parlare che non è più logos, ma il suo simulacro.
Italo Calvino, riflettendo sulla “leggerezza”, parlava della necessità di sottrarre peso alla scrittura per salvarla dall’opacità del mondo, da quella pietrificazione che minaccia ogni cosa . Ma quella leggerezza non era superficialità: era, al contrario, un esercizio estremo di precisione, di controllo, di responsabilità. Solo chi sa maneggiare il linguaggio con rigore può alleggerirlo senza svuotarlo.
E forse è proprio qui il punto più difficile da accettare: la parola non è innocente. Non lo è mai stata. Ogni frase detta male, ogni concetto espresso con trascuratezza, ogni approssimazione tollerata non resta isolata, ma contribuisce a costruire un mondo meno comprensibile, più confuso, più opaco.
Poi ci si guarda intorno, e tutto sembra improvvisamente coerente. Non c’è più bisogno di indignarsi: basta ascoltare. Basta leggere. Basta riconoscere, nella forma stessa del discorso, la qualità del pensiero che lo sostiene.
E a quel punto il conto torna, con la semplicità brutale delle evidenze. Due più due. Sempre quattro. Anche quando si vorrebbe che fosse diversamente.