
Verranno tempi, ragazzi miei, in cui vi sembrerà che il mondo sia stato costruito apposta per scoraggiare chi ha ancora un cuore funzionante.
Tempi in cui la misura sembrerà stare sempre dalla parte di chi urla.
La ragione dalla parte di chi comanda.
Il futuro dalla parte di chi lo compra prima che voi possiate anche solo nominarlo.
E voi sarete lì, con i vostri quaderni stanchi, le vostre mani ancora inesperte e già piene di domande, i vostri silenzi che certe volte sembrano svogliatezza e invece sono solo difese alzate contro una realtà che arriva troppo forte.
Vi sembrerà impossibile combattere.
Non perché manchi il coraggio.
Il coraggio, spesso, c’è. Solo che è timido. Sta seduto in fondo, non alza la mano, aspetta che qualcuno lo chiami per nome.
Vi sembrerà impossibile perché il nemico avrà sempre dimensioni sproporzionate: sarà un sistema, una paura, una bocciatura, un giudizio, una voce adulta detta male, una porta chiusa, un “non ce la farai” pronunciato con l’aria di chi crede di essere il destino.
Ma ricordatevelo: nessun destino ha mai avuto una cattedra abbastanza alta da non poter essere contraddetta.
La libertà non fa rumore quando nasce.
Non sfonda porte.
Non entra con gli stivali.
La libertà comincia quasi sempre come una cosa piccola: un dubbio che non si lascia addomesticare, una domanda fatta nel momento sbagliato, una dignità conservata anche quando sarebbe più comodo svenderla, un compagno non lasciato indietro, una verità detta senza spettacolo.
La tirannia, invece, ha bisogno di manutenzione continua.
Va lucidata, sorvegliata, nutrita.
Ha bisogno di paura fresca ogni mattina.
È per questo che è fragile.
Non credete mai alla solidità delle cose ingiuste.
Sembrano pietra, ma spesso sono solo polvere molto ben organizzata.
Voi, piuttosto, imparate a non diventare ciò che vi spaventa.
Imparate la differenza tra obbedire e capire.
Tra rispettare e piegarsi.
Tra fare silenzio per ascoltare e fare silenzio per sparire.
La scuola, quando è vera, non serve a insegnarvi a stare buoni.
Serve a insegnarvi a stare in piedi.
E stare in piedi non significa gridare sempre.
A volte significa studiare quando nessuno vi guarda.
Chiedere scusa quando è giusto.
Difendere chi non ha voce.
Non ridere della fragilità degli altri.
Non consegnare la vostra intelligenza al primo cinico che passa.
Io vi ho visti, quest’anno.
Vi ho visti stanchi, distratti, luminosi a intermittenza.
Vi ho visti inciampare in cose semplici e poi, all’improvviso, attraversare pensieri difficili con una grazia che nemmeno sapevate di avere.
Vi ho visti fare resistenza senza chiamarla così: arrivando comunque, restando comunque, provando comunque.
E forse è questo il primo nome della ribellione: comunque.
Comunque capisco.
Comunque studio.
Comunque non mi arrendo.
Comunque non divento piccolo solo perché qualcuno mi vuole piccolo.
Non vi auguro una vita facile. Sarebbe un augurio povero.
Vi auguro una vita vostra.
Una vita in cui sappiate riconoscere le autorità fragili, i poteri nervosi, le verità dette a metà, le gabbie travestite da sicurezza.
Vi auguro di conservare dentro una parte non occupabile.
Una stanza segreta.
Un punto libero.
Lì mettete quello che conta: la vostra curiosità, la vostra rabbia buona, la vostra tenerezza, la vostra capacità di ricominciare senza fare troppo teatro.
E quando verranno tempi in cui combattere sembrerà impossibile, non cercate subito le grandi armi.
Cercate una crepa.
La luce, di solito, entra da lì.
Ribellatevi, allora.
Ma fatelo bene.
Non contro tutto.
Contro ciò che vi vuole meno umani.
Non per distruggere.
Per non essere distrutti.
Non per diventare più forti degli altri.
Per diventare finalmente vostri.