
Questa mattina pensavo a Elvis. Al corpo di un uomo che aveva avuto a disposizione quasi tutto e che, a quarantadue anni, fu trovato riverso sul pavimento del bagno di Graceland. Nella memoria collettiva è rimasta la tazza del cesso: il trono più impietoso che si potesse assegnare a un re. Quel particolare, sottratto alla volgarità di chi ne ride, contiene una tristezza alla quale faccio fatica a dare un nome. La sproporzione fra l’immensità del personaggio e la fragilità dell’uomo. Tutto il mondo fuori. Un corpo che cede dentro.
Mi viene da pensare che Elvis sia morto di troppo. È un pensiero, naturalmente, e non una diagnosi: le circostanze mediche della sua morte hanno una complessità che questa parola non può risolvere. C’erano malattie, un uso pesante di farmaci, un corpo ormai provato. Ma il troppo mi sembra descrivere qualcosa di quella vita esposta, consumata, continuamente richiesta.
Troppo da sostenere. Troppo da ripetere. Troppo poco spazio per smettere di essere Elvis.
Poi ho pensato a Diego. Un altro re, al quale era stato assegnato un regno ancora più impegnativo: la felicità degli altri. A Napoli, in Argentina, il suo talento aveva preso su di sé qualcosa che eccedeva il calcio. C’erano l’orgoglio degli umili, il riscatto, la possibilità di alzare finalmente la testa. E c’erano, nella sua vita, le dipendenze, gli eccessi, una salute ferita. Tutto custodito nella stessa persona, che il mondo chiamava dio con una facilità che oggi mi sembra anche terribile. Perché un dio deve potercela fare. Deve tornare, risorgere, concedere un altro miracolo. Mi domando quanto spazio rimanga, dentro una simile attesa, per un uomo che sta male. Quanto sia difficile chiedere aiuto quando perfino la propria caduta è diventata uno spettacolo al quale gli altri ritengono di avere diritto.
Elvis e Diego. Due corpi dai quali era passata una gioia smisurata. Milioni di persone raggiunte da una voce, da un pallone. E quella felicità distribuita con tanta abbondanza non poteva garantire loro neppure un poco di pace. È questo che mi trattiene, questa mattina: l’impotenza dell’adorazione davanti al bisogno concreto di essere accuditi. La distanza che può esserci fra essere amati da tutti e riuscire a sentirsi al sicuro con qualcuno.
Anche noi, nelle nostre modeste Graceland, conosciamo qualcosa di questa sproporzione. Aumentano gli impegni, gli oggetti, le persone che hanno bisogno di noi. Aumenta persino la nostra capacità di farcela. Fino a quando la stanchezza viene trattata come un difetto da correggere, anziché come una richiesta da ascoltare.
Un altro lavoro. Un’altra sera sottratta al sonno. Un’altra spiegazione a chi ha già deciso di non capire. Un altro bicchiere, un’altra ora davanti allo schermo, un’altra promessa fatta quando avremmo dovuto domandare aiuto. A ciascuna aggiunta affidiamo la speranza che, finalmente, qualcosa si sistemi.
Il troppo sa cominciare con pochissimo. E spesso nasce da una mancanza. Si accumulano cose intorno a un’assenza; si moltiplicano gli incontri per evitare una sera soli; si riempiono le giornate perché nel tempo libero torna a parlare ciò che abbiamo lasciato irrisolto. Continuiamo ad aggiungere, con una diligenza quasi commovente. Intanto il vuoto conserva il proprio posto.
Poi ci sono gli eccessi ai quali abbiamo dato nomi bellissimi. Dedizione. Generosità. Perseveranza. Amore. Ci riesce più difficile riconoscerne il pericolo, perché abbiamo imparato ad ammirare chi si spende fino all’ultima risorsa. Di una persona diciamo che dà tutto, e raramente ci fermiamo a chiederci che cosa le rimanga per vivere.
Fossati canta: «Di tanto amore morirò». E subito quella vastità prende un volto: «Di questo amore morirò». Fra i due versi sento restringersi lo spazio. Il sentimento diventa una presenza precisa, capace di raggiungerci dove siamo più indifesi.
Mi inquieta la facilità con cui abbiamo imparato a considerare la distruzione una prova di profondità. Come se un amore dovesse consumarci per essere credibile. Come se conservare una parte di sé fosse una piccola frode ai danni dell’altro. Così qualcuno finisce per scusarsi del proprio bisogno di respirare, per chiamare egoismo l’ultimo tentativo di proteggersi.
Si può arrivare agli estremi anche attraverso le proprie qualità. La cura può diventare sorveglianza. La tenacia può trattenerci per anni davanti a una porta chiusa. La disponibilità può renderci estranei a noi stessi. Accade lentamente, mentre continuiamo a usare le parole di prima per descrivere qualcosa che ha cambiato natura.
Forse occorre imparare a riconoscere quel passaggio. Ammettere la stanchezza. Sopportare di deludere qualcuno. Lasciare incompiuta una cosa alla quale avevamo affidato tutto il nostro valore. E imparare anche a ricevere quel limite dagli altri, senza viverlo come un torto, senza chiedere un’ultima canzone, un altro gol, un’altra dimostrazione d’amore.
Ripenso a Elvis e a Diego. Alla fatica, che possiamo soltanto immaginare, di portare ogni giorno un nome così grande dentro un corpo vulnerabile come il nostro. Vorrei che sapessimo concederci prima il diritto di essere stanchi. Posare la corona, la sera. Trovare qualcuno che ci faccia posto anche quando arriviamo a mani vuote.