
Per essere riconosciuti italiani, a volte, conviene avere un antenato partito da qui piuttosto che una vita intera trascorsa qui. Il morto garantisce. Il vivo deve ancora dimostrare.
La cittadinanza riconosciuta per discendenza ai figli di Jair Bolsonaro, con i relativi passaporti, mette questa sproporzione sotto una luce impietosa. Sulle procedure seguite e sull’eventuale trattamento di favore sono state chieste spiegazioni al governo: domande alle quali occorrono risposte verificabili. Ma il problema politico è già tutto nel confronto che quella vicenda rende inevitabile.
Da una parte un legame consegnato agli archivi, capace di attraversare l’oceano e le generazioni conservando la propria efficacia. Dall’altra un’appartenenza che prende l’autobus ogni mattina, entra in classe, impara a distinguere il complemento oggetto dal complemento di termine, torna a casa chiamando per nome le stesse strade che chiamiamo noi. E tuttavia resta in attesa.
Penso soprattutto ai ragazzi. A quelli per i quali il paese dei genitori è un luogo raccontato, mentre l’Italia è il luogo accaduto: l’infanzia, le amicizie, la vergogna della prima interrogazione, una piazza dove aspettare qualcuno. La lingua nella quale si sogna prima ancora di sapere che esistono le lingue. Nascere qui, da genitori stranieri, generalmente non basta a essere cittadini; per molti il riconoscimento passa dalla maggiore età e da condizioni precise da documentare. Intanto l’infanzia è già finita.
C’è qualcosa di profondamente ottuso in uno Stato che istruisce un bambino per anni e continua a considerare insufficiente, ai fini dell’appartenenza, tutto ciò che gli sta insegnando a diventare. Gli consegna la storia nazionale, gli spiega la Costituzione, gli domanda responsabilità. Poi, davanti allo sportello, torna a chiedergli da dove viene.
Da qui. È una risposta difficile da rendere più precisa.
Si dirà che le leggi prevedono percorsi diversi. Certamente. È proprio di quella differenza che bisogna discutere: della concezione di comunità che contiene, del valore attribuito a un’origine remota rispetto a un’esistenza presente. Una norma può essere applicata correttamente e continuare a produrre una sproporzione che la politica ha il dovere di correggere. La legalità di una procedura lascia intera la responsabilità di scegliere quali leggi vogliamo.
E vorrei evitare anche la contabilità dei meritevoli. I lavoratori che versano contributi, le donne che assistono i nostri anziani, i ragazzi bravissimi a scuola: tutto vero, tutto da riconoscere. Ma una cittadinanza fondata soltanto sulla gratitudine per i servizi ricevuti conserverebbe qualcosa di servile. L’appartenenza deve poter comprendere anche un’insufficienza in matematica, una stagione di disoccupazione, una vita ordinaria. Come accade a noi.
La vicenda dei Bolsonaro rende visibile la povertà di un nazionalismo che sa interrogare gli alberi genealogici e fatica a guardare un banco di scuola. Celebra la continuità della nazione attraverso chi ne discende; la ostacola attraverso chi, ogni giorno, contribuisce a farla esistere.
A quei ragazzi chiediamo spesso che cosa vogliano diventare da grandi. Dovremmo ascoltare meglio la risposta. E assumerci la responsabilità di quella che diamo noi, quando continuano a chiamare casa un paese che continua a chiamarli stranieri.